Contro lo Stato-Nazione

Agosto 2014, Jacques Wajnsztejn

Titolo originale: Crise de l’État-Nation

articolo estratto da : Anarchismo #67 (p. 25-33)


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È dif­fi­cile igno­rare l’attuale ripresa delle affer­ma­zioni nazio­nali, comu­ni­ta­rie, iden­ti­ta­rie. Dif­fi­cile anche com­pren­dere perché questa ripresa si pro­duce nello stesso momento in cui la realtà sociale è sempre più inter­na­zio­na­liz­zata, in cui i nazio­na­li­smi poli­tici sem­brano retro­ce­dere (Europa ‘92) davanti all’impla­ca­bile astra­zione della pres­s­ione eco­no­mica mon­diale.

Nel momento stesso in cui il domi­nio mon­diale del capi­tale si rea­lizza pale­semente, i pro­blemi che il sis­tema capi­ta­li­sta pensa di avere sis­te­mato (l’inte­gra­zione attra­verso il lavoro, il con­sumo e la for­ma­zione dell’indi­vi­duo demo­cra­tico in luogo e al posto delle anti­che classi all’Ovest), o accan­to­nato (per esem­pio, il pro­blema delle nazio­na­lità uscite dal disor­dine delle due guerre mon­diali, las­ciato alle buone atten­zioni dei Sovie­tici), gli ritor­nano con un effetto boo­me­rang.

Di fronte a tutto ciò, non si tratta né di lamen­tarsi sot­to­li­neando i rischi dell’unità tede­sca o del ritorno in forza delle idee di destra, né di fre­garsi le mani spro­fon­dando nelle cer­tezze che ci pro­cu­re­rebbe il fatto di essere “avanti teo­ri­ca­mente” pro­cla­mando dap­per­tutto: “Ve l’ave­vamo detto che l’URSS non era altro che un colosso dai piedi d’argilla, che la que­s­tione tede­sca si sarebbe posta un’altra volta…”. Al con­tra­rio, mi sembra che sia neces­s­ario rimet­tere in dis­cus­s­ione alcune delle nostre vec­chie cos­tru­zioni teo­ri­che ed in par­ti­co­lare l’arti­co­la­zione Stato-Nazione che abbiamo a lungo abban­do­nata a favore della sola ana­lisi della lotta contro lo Stato.

Stato e Nazione

Lo Stato è una media­zione che ripro­duce il rap­porto sociale. Esso ass­icura l’unità indi­vi­duo-società riel quadro d’una strut­tura spe­ci­fica. È un tutto con­cre­ta­mente in azione, anche se può pren­dere aspetti sempre più astratti man mano che il suo con­trollo sulla società sposa le forme della tec­nica moderna.

All’inverso, la nazione è una rap­pre­sen­ta­zione. Come tale, essa è stata ass­imi­lata, dalle diverse teorie rivo­lu­zio­na­rie, ad una ideo­lo­gia, allo stesso titolo della reli­gione. Non è quindi un caso che queste hanno subìto entrambe la stessa sorte: un “supe­ra­mento” nel cielo delle idee teo­ri­che. Il pro­blema teo­rico posto dal con­cetto di nazione ha tro­vato la sua solu­zione in un’astu­zia ter­mi­no­lo­gica: “lo Stato-Nazione” è il nuovo con­cetto che ha con­sen­tito il legame tra il denaro sociale e la rap­pre­sen­ta­zione astratta. Ciò si veri­fica nel quadro d’una visione uma­ni­s­tico-pro­gres­s­iva dello svi­luppo dell’umanità, visione nello stesso tempo anti-impe­ria­li­sta, anti­co­lo­nia­li­sta e anti­co­mu­ni­ta­ria. Ma questo nuovo con­cetto doppio non sop­prime il pro­blema in quanto la realtà dello Stato-Nazione non è altro che un pro­dotto sto­rico di una data epoca. In effetti, lo Stato è molto ante­riore all’idea di nazione. Non è il pro­dotto del capi­ta­li­smo dato che se ne ritro­vano esempi nell’Anti­chità, prin­ci­pal­mente sotto la sua forma dis­po­tica. Al con­tra­rio, la nazione è il pro­dotto del capi­ta­li­smo e della sua classe domi­nante, la bor­ghe­sia, che è stata la prima a riven­di­care la rap­pre­sen­ta­zione nazio­nale. All’epoca feu­dale, per gli anti­chi governi monar­chici, non c’era l’idea di nazione. Poco impor­tava su chi si regnasse, poco impor­tava l’ori­gine dei sud­diti. L’ess­en­ziale era la potenza degli imperi. Non­di­meno c’è un legame, in quanto senza una vera nazione, cioè senza una pro­pria e forte iden­tità col­let­tiva, non ci può essere un vero e pro­prio Stato moderno, come lo dimo­s­tra in nega­tivo l’esem­pio dei Paesi colo­niz­zati.

Lo Stato-Nazione

Questa par­ti­co­lare arti­co­la­zione tra Stato e nazione appare con chia­rezza nel movi­mento del valore e nella venuta della bor­ghe­sia alla ribalta poli­tica: a una dis­tru­zione dell’antica comu­nità, che ripo­sava sulla terra e sui legami di dipen­denza per­sonale, cor­ri­s­ponde, nel domi­nio dell’evo­lu­zione delle idee, la teo­riz­za­zione di un nuovo legame sociale più adatto al livello di astra­zione del nuovo rap­porto che si è cos­ti­tuito. Sarà il con­tratto sociale a garan­tire una sorta di diritto fon­dante l’ugua­glianza nella comu­nità nazio­nale. La nazione è quindi la rap­pre­sen­ta­zione della nuova comu­nità, cioè della società delle classi. Aldilà dei con­flitti e dei com­pro­messi fra le classi che si rego­lano a livello dello Stato, essa rap­pre­sen­te­rebbe ciò che è comune. È la Rivo­lu­zione fran­cese del 1789 che ha meglio rea­liz­zato questo amal­gama Stato-Nazione. Ma ciò non è acca­duto senza con­seguenze nega­tive! È stato neces­s­ario che la rap­pre­sen­ta­zione bor­ghese della nazione venisse fuori dal vec­chio fondo pre­ca­pi­ta­li­sta del clan e della comu­nità del suolo, dell’appar­te­nenza del cuore. L’antica con­ce­zione della patria (Grecia, Roma) ha dato, nello stesso tempo, un sos­trato con­creto alla nazione (il com­pa­triota è il vicino) e una mis­tica reli­giosa estra­nea alla fredda rap­pre­sen­ta­zione come si rea­lizza nella nazione.

Questo patriot­ti­smo rivo­lu­zio­na­rio per­met­terà di cana­liz­zare la vio­lenza latente dei san­cu­lotti, di uti­liz­zarla nella difesa della patria in peri­colo. La stessa idea tornerà ad essere utile più tardi quando la guerra del 1914-18 per­met­terà l’inte­gra­zione della classe ope­raia fran­cese alla comu­nità nazio­nale nella lotta contro la “bar­ba­rie tede­sca”. Questa inte­gra­zione sociale diven­terà poli­tica con la par­te­ci­pa­zione alla resis­tenza e alla poli­tica d’unità nazio­nale del par­tito comu­ni­sta dal 1944 al 1947.

Questo par­ti­co­lare con­cetto della nazione fran­cese si spiega nello stesso tempo attra­verso il suo carat­tere bor­ghese e grazie al suo carat­tere rivo­lu­zio­na­rio:

– Attra­verso il suo carat­tere bor­ghese che la rende più moderna della con­ce­zione tede­sca di nazione alla quale spesso è stata com­pa­rata ed oppo­sta. Nella con­ce­zione tede­sca, che con­tiene ancora forti ele­menti pre-bor­ghesi, la nazione non si dis­tin­gue ancora bene dall’antica comu­nità, con­side­rando sempre l’indi­vi­duo come non esis­tente se non come parte della col­let­ti­vità, per cui la nazione è rap­pre­sen­ta­zione dell’indi­vi­duo col­let­tivo. Al con­tra­rio, in Fran­cia, la nazione è l’ass­ocia­zione degli indi­vi­dui (cfr. Sieyès), cioè che l’indi­vi­duo è dis­tac­cato dall’antica comu­nità, è “libero” e s’ass­ocia libe­ra­mente alla nuova comu­nità nazio­nale.

– Grazie al suo carat­tere rivo­lu­zio­na­rio che le ha fatto avan­zare, sotto diversi aspetti, idee che si situano di già molto aldilà della rivo­lu­zione bor­ghese, aldilà delle classi: “l’ass­ocia­zione libera degli indi­vi­dui”, la lotta per l’eman­ci­pa­zione delle razze, degli Ebrei, ecc. E per questo, come è acca­duto con ogni altra grande rivo­lu­zione, che essa ha rice­vuto la par­te­ci­pa­zione entu­sia­sta dei rivo­lu­zio­nari di tutti gli altri Paesi, come Anachar­sis Cloots, il quale vedeva nella nazione fran­cese la più ampia appros­s­ima­zione empi­rica all’umanità che siamo in grado di per­ce­pire. In questa ottica, le nazioni non sono che fram­menti d’umanità.

È questo modello rivo­lu­zio­na­rio fran­cese di nazione che Marx ha colto male a causa della situa­zione di esclu­sione in cui si tro­vava la classe ope­raia dell’epoca, esclu­sione che pareva ren­dere impos­s­ibile ogni nazio­na­li­smo di questa classe. L’inter­na­zio­na­li­smo pro­le­ta­rio che ne deri­vava sem­brava quindi cosa natu­rale. Per il resto, le posizioni di Marx sulla nazione erano pura­mente tat­ti­che e subor­di­nate agli inte­ressi della classe (sos­te­gno ai nor­di­sti nella guerra di Seces­s­ione, sos­te­gno a Bis­marck nella prima guerra franco-tede­sca per raf­for­zare la posizione del pro­le­ta­riato tede­sco, ecc.).

Per Marx, quello che era rivo­lu­zio­na­rio, non era lo scon­tro delle nazio­na­lità, ma il movi­mento del valore stesso: l’uni­ver­sali­smo del capi­tale doveva far scom­pa­rire le fron­tiere.

Dissociazione dell’unità Stato-nazione

Con l’allar­ga­mento e il domi­nio del rap­porto sociale capi­ta­li­sta su tutta la società nel suo insieme nei paesi indu­s­triali, lo Stato moderno sembra las­ciare il posto alla nazione… e alla bor­ghe­sia, in quanto abbiamo visto che la nazione, con­tra­ria­mente allo Stato e alla patria, è un con­cetto di questa classe. A par­tire dalla fine della Seconda Guerra mon­diale, “le grandi potenze” (non si indi­cano più né come nazioni, né come Stati!) pro­ce­dono a tagli poli­tici: bal­ca­niz­za­zione dei Paesi dell’Este, taglio arbi­tra­rio delle indi­pen­denze afri­cane, fis­s­azione dei “bloc­chi”. Il periodo dei “glo­riosi Trenta” è anche quello che vede, a livello eco­no­mico, svi­lup­parsi le grandi imprese mul­ti­na­zio­nali. Il neo­co­lo­nia­li­smo si inne­sta quasi diret­ta­mente nel colo­nia­li­smo. È questo doppio ordine mon­diale che la crisi di ripro­du­zione del rap­porto sociale capi­ta­li­sta fa appa­rire oggi pro­ble­ma­tico. Quando c’è crisi delle media­zioni socia­liz­zanti (Stato, classi, lavoro) e delle rap­pre­sen­ta­zioni (valori legati al lavoro, comu­ni­smo, utopia) il pro­blema delle appar­te­nenze viene a galla attra­verso il rife­ri­mento col­let­tivo alle comu­nità d’ori­gine e la richie­sta di iden­tità degli indi­vi­dui. Non bisogna comun­que con­fon­dere iden­ti­fi­ca­zione e iden­tità. L’iden­ti­fi­ca­zione è l’effet­tua­zione reale o sim­bo­lica dell’appar­te­nenza. L’iden­tità e la richie­sta di senso d’iden­tità sono legate al sen­ti­mento della per­dita delle anti­che appar­te­nenze e par­ti­co­lar­mente dell’appar­te­nenza di classe.

Ma, questo ritorno del sen­ti­mento comu­ni­ta­rio, non si rea­lizza oggi intorno all’idea di una comu­nità totale degli uomini, cioè di un “essere insieme” degli indi­vi­dui sin­goli. Si tratta sempre di una comu­nità ris­tretta: reli­giosa, etnica, nazio­nale o regio­nale. Si resta sempre nel mondo della par­ti­co­la­riz­za­zione.

La nazione contro lo Stato, l’esempio della Francia

Sembra che il pro­blema delle appar­te­nenze non sia indi­pen­dente dall’antica situa­zione di classe degli indi­vi­dui. Così, per ciò che qual­che volta viene chia­mato “anti­che classi medie” o, in modo ancora più tra­di­zio­nale, “pic­cola bor­ghe­sia”, lo Stato non è più la media­zione socia­liz­zante. Da fat­tore d’ordine, da garante della pro­prietà, diventa Stato buro­cra­tico, quello che stran­gola la pic­cola ini­zia­tiva pri­vata. Il rife­ri­mento alla comu­nità nazio­nale inter­viene allora come fon­da­mento della soprav­vi­venza. Ma, questa iden­tità nazio­nale è più spi­ri­tuale o cul­tu­rale che nazio­na­li­sta, con­tra­ria­mente ad altre epoche (tra le due guerre, per esem­pio). Essa è quella cosa che pro­duce il legame fra gli indi­vi­dui pro­le­ta­riz­zati e la società e sono quelli peggio ripro­dotti dalla società che fanno mag­gior­mente rife­ri­mento ad una comu­nità da cui immi­grati, devianti, malati saranno esclusi. Che questa comu­nità sia mitica, non ess­en­do­cene trac­cia in nessun posto, rosa com’è stata dall’eco­no­mia, spaz­zata via dalla moder­nità tec­ni­ci­sta, non ha alcuna impor­tanza perché il rife­ri­mento non fun­ziona sulla base di una logica poli­tica.

La cre­s­cita del feno­meno Le Pen tra­duce ciò via via sempre meglio. Agli inizi, non si trat­tava che di un movi­mento di estrema destra, ma poi gli argo­menti poli­tici tra­di­zio­nali (la Fran­cia colo­niz­zata dalle potenze stra­niere), hanno perso la loro impor­tanza a favore di argo­menti morali (ruolo ess­en­ziale della fami­glia, con­danna del sesso, ecc.) o di argo­menti raz­zi­sti (l’immi­gra­zione, la minac­cia degli Ebrei che occu­pano i mezzi d’infor­ma­zione). Paral­le­la­mente e del tutto natu­ral­mente si potrebbe dire, un par­tito che all’ori­gine era indif­fe­rente e per­fino ostile alla reli­gione, va quasi a fon­dersi con l’ambiente inte­gra­li­sta cat­to­lico. Le Pen si lega a tutto ciò che tocca la “gente mode­sta” senza preoc­cu­parsi troppo di un’imma­gine poli­tica che può cam­biare in qual­siasi momento facendo ricorso ai suoi talenti di tri­buno. Si tratta di un par­tito popu­li­sta in quanto s’indi­rizza diret­ta­mente al popolo e si pre­senta per altro come figlio del popolo.

Le “nuove classi medie”, come le chia­mano comu­ne­mente i socio­logi, cer­cano da parte loro una com­pen­sazione alla debo­lezza della loro iden­tità di classe; debo­lezza che non pro­viene, come per le altre classi (anti­che classi medie, classe ope­raia), dalla dis­tru­zione dell’antica iden­tità cau­sata dalle muta­zioni del rap­porto sociale, ma dal fatto che esse sono pro­dotte dal capi­tale stesso in maniera ade­guata al suo svi­luppo. Si tratta delle classi in un’epoca d’impos­s­ibi­lità delle classi.

Gli indi­vi­dui che ne fanno parte pen­sano di tro­vare questa com­pen­sazione in un aggan­cio diretto con lo Stato, ma si tratta di uno Stato che non è lo Stato di classe, che non è lo Stato della bor­ghe­sia ma la media­zione che ripro­duce l’insieme del rap­porto sociale. Se c’è un’iden­tità, per loro si tratta dell’iden­tità demo­cra­tica, la quale rap­pre­senta una sorta di forma moder­niz­zata dell’uni­ver­sali­smo: lo Stato non è più rap­por­tato alla nazione, ma alla demo­cra­zia e ai diritti dell’uomo. Si è avuta una buona illu­s­tra­zione di tutto ciò con le cele­bra­zioni del bicen­te­na­rio della Rivo­lu­zione fran­cese. Il dilu­vio com­me­mo­ra­tivo non si è fatto più attorno all’idea di nazione, di una nazione uni­ver­sali­sta, ma attorno all’idea di demo­cra­zia che segna nello stesso tempo l’unità e l’uni­ver­salità capaci di per­met­tere un blocco con­sen­suale. Non è più la nazione che pro­duce la legit­ti­mità dello Stato, ma sem­pli­ce­mente il fatto che esso sia demo­cra­tico o no. Al limite, la nazione ormai non è altro che il luogo geo­gra­fico in cui si pro­duce il con­senso e quindi può dis­s­ol­versi nel Paese.

Da un lato, quindi, rav­vi­ci­na­mento nazio­nale, dall’altro lato, rav­vi­ci­na­mento allo Stato, ma c’è anche una terza via resa pos­s­ibile dalla decom­po­sizione della classe ope­raia, ed è quella di un doppio rav­vi­ci­na­mento, alla comu­nità nazio­nale e allo Stato. Questa realtà si tra­duce poli­ti­ca­mente nell’ambi­guità oscil­lante tra il voto al Par­tito comu­ni­sta e quello dato ai fas­ci­sti. Degli operai, la cui con­di­zione è resa via via sempre più pre­ca­ria dalla ris­trut­tu­ra­zione delle imprese, la cui utilità del lavoro è con­ti­nua­mente rimessa in causa, si indi­riz­zano diret­ta­mente verso ciò che a loro sembra garan­tire nello stesso tempo là rap­pre­sen­ta­zione del capi­tale glo­bale e la comu­nità nazio­nale, cioè lo Stato. É là l’ambi­guità: c’è ancora la volontà di ritro­vare l’antica armo­nia della comu­nità del lavoro nel quadro illu­sorio di uno Stato ideale rap­pre­sen­tante di tutta la comu­nità nazio­nale.

Il movi­mento di dis­s­ocia­zione dell’unità Stato-Nazione in Fran­cia resta quindi molto con­trad­dit­to­rio, a causa della sua spe­ci­fi­cità e della sua forza ori­gi­nale, di cui abbiamo di già par­lato. Se ne ha con­ferma con gli avve­ni­menti di questi ultimi anni rela­tivi all’immi­gra­zione, alla laicità, all’inte­gra­zione. È con­side­re­vole che la Fran­cia era il solo Paese in cui il “pro­blema” dell’immi­gra­zione si ponesse in ter­mini di inte­gra­zione! Questa inte­gra­zione si rea­liz­zava sia nel caso in cui veniva uti­liz­zato il quadro ideo­lo­gico e poli­tico dell’unità Stato-Nazione (“la Fran­cia, terra d’asilo”, “la Fran­cia, Paese dei diritti dell’uomo”), sia nel caso in cui si teneva conto del livello eco­no­mico d’impiego di una forza lavoro immi­grata la cui inte­gra­zione attra­verso il lavoro con­sen­tiva una sepa­ra­zione pro­gres­s­iva dalla comu­nità ori­gi­na­ria. Ciò non vuol dire che non c’era raz­zi­smo all’epoca, ma era un raz­zi­smo del tipo pater­na­li­sta, colo­niale. Si pren­deva in giro il vec­chio arabo nel suo cos­tume tra­di­zio­nale, le mani e i piedi delle donne colo­rati alla henné, ecc. ma ciò faceva parte del pae­sag­gio, del fol­clore. L’ess­en­ziale era altrove, nello sfrut­ta­mento della loro forza lavoro. Al limite, non erano con­side­rati che come lavo­ra­tori.

L’afflusso mas­s­ic­cio di lavo­ra­tori immi­grati negli anni ‘60, la poli­tica di rag­grup­pa­mento fami­liare, l’urba­niz­za­zione che ha svi­lup­pato i ghetti alla fran­cese, tutto ciò aveva di già modi­fi­cato il raz­zi­smo pater­na­li­sta e pro­dotto le prime fri­zioni tra comu­nità ope­raia in disin­te­gra­zione e comu­nità immi­grata in corso di modi­fi­ca­zione nel quadro del ghetto. Ma, fin quando questo movi­mento cor­ri­s­pon­deva ad una forma di ges­tione della divi­sione della forza lavoro, la con­trad­di­zione non era esplo­siva e res­tava nei limiti del quadro defi­nito dallo Stato-Nazione. Essa divenne esplo­siva quando la forza lavoro non qua­li­fi­cata divenne inu­tile o almeno poco ess­en­ziale e si venne a tro­vare in una situa­zione di espul­sione dal lavoro per i padri e di esclu­sione netta per i figli. L’indi­vi­dua­liz­za­zione attra­verso e nella società del capi­tale (in quanto lavo­ra­tori, utenti, con­suma­tori) è per altro rimessa in causa e cede i1 posto alla rivolta dis­pe­rata, alla droga o alla sot­to­mis­s­ione, ma anche in modo più pro­fondo e insidioso alla riaf­fer­ma­zione della comu­nità sotto la sua forma reli­giosa (svi­luppo dell’inte­gra­li­smo musul­mano). Non c’è per altro incom­pa­ti­bi­lità tra queste due atti­tu­dini che pos­s­ono cos­ti­tuire due momenti in seno al mede­simo indi­vi­duo. Questa affer­ma­zione comu­ni­cata si scon­tra nello stesso tempo con la comu­nità nazio­nale mitica (il raz­zi­smo pater­na­li­sta che si era evo­luto nella fase pre­ce­dente in un raz­zi­smo “bianco” diventa adesso raz­zi­smo di rigetto e di odio) e con l’unità anch’essa mitica di uno Stato-Nazione fal­li­men­tare, uno Stato che non è stato nean­che capace di imporre la laicità nel quadro del dibat­tito sulla scuola libera e che si è impe­la­gato nella “que­s­tione del velo isla­mico”! È dif­fi­cile volere imporre i propri valori (repub­bli­cani, laici, ugua­li­tari) in nome dell’inte­gra­zione quando ciò che li sot­tin­tende è pro­prio quello che pro­duce l’esclu­sione.

Razzismo e comunità nazionale

Questo pro­blema non è quasi mai abbor­dato dal punto di vista degli indi­vi­dui ma solo a livello dei prin­cipi. Ora, questi non ten­gono conto dell’anco­rag­gio sociale degli indi­vi­dui e del rap­porto indi­vi­duo-comu­nità. Non si può defi­nire uni­ca­mente il raz­zi­smo in fun­zione di questi prin­cipi; così, se il raz­zi­sta ha potuto a lungo essere defi­nito come colui che poneva in primo piano le dif­fe­renze per inserirle in una gerar­chia di livelli di umanità (bar­bari, sotto-uomini, infe­riori), ciò è più dif­fi­cile oggi, perché il raz­zi­smo attuale, se sotto-linea sempre le dif­fe­renze, è per farne l’apo­lo­gia o almeno per rico­no­s­cere dietro queste dif­fe­renze, i valori che con­ten­gono tutte le diverse parti di umanità. Ma, perché queste dif­fe­renze pos­s­ano con­ti­nuare ad espri­mere l’uni­ver­salità dell’uomo attra­verso le sue diver­sità, non bisogna che i valori cor­ri­s­pon­denti siano mes­co­lati, perché ciò pro­dur­rebbe una falsa uni­ver­saliz­za­zione che non sarebbe in effetti altro che una uni­for­miz­za­zione nel quadro di una sot­to­mis­s­ione ai valori della società ame­ri­cana.

Questo nuovo raz­zi­smo trae la sua spe­ci­fi­cità dal fatto che non è sem­pli­ce­mente rap­por­tato all’imma­gine di un indi­vi­duo supe­riore: l’uomo bianco o l’Ariano, ma che è rap­por­tato alla comu­nità nazio­nale. Il raz­zi­sta attuale è un indi­vi­duo moderno che sacri­fica alla moder­nità: è demo­cra­tico. I cos­tumi e i com­por­ta­menti delle diverse comu­nità hanno tutti un valore ma che deve espri­mersi nel ter­ri­to­rio in cui si sono svi­lup­pati, dove con­ser­vano il loro signi­fi­cato: è questo che fa la ric­chezza dell’umanità. Ed egli è anche con­suma­tore: in quanto turi­sta andrà in Tuni­sia o in Tur­chia e troverà in questi posti un certo spae­samento, un gus­toso esoti­smo.

Il raz­zi­sta moderno è quindi lon­tano dal pre­sen­tarsi sotto la sola forma della bes­tia­lità del gio­vane skin o del bufalo ubriaco. E pro­prio questo che non capi­sce l’anti­raz­zi­sta, che è rima­sto al livello dei prin­cipi e si ritrova di fronte qual­cuno che ha anche lui la sua riserva di uma­ni­smo e che giura in nome di tutti gli dei di essere in buona fede. Non c’è in questo caso più un vero e pro­prio raz­zi­smo, ma una sorta di xeno­fo­bia più o meno radi­cale. Il nemico este­riore, accam­pato nel nostro Paese, è l’immi­grato. Lo si è visto bene con le ultime prese di posizione di Le Pen riguardo il con­flitto del Golfo. Grazie all’ori­gi­na­lità della sua posizione in rap­porto al con­senso poli­tico, ha potuto gri­dare alto e forte, insieme ad alcuni ara­bo­fobi del suo par­tito, che non era raz­zi­sta ne soprat­tutto antia­rabo, arri­vando a disorien­tare una parte della sua clien­tela abi­tuale e poten­ziale. Così ha cer­cato, labo­rio­samente, di spie­gare perché è meglio sos­te­nere lo svi­luppo del nazio­na­li­smo arabo che essere l’ultimo bas­tione dell’Occi­dente contro l’inte­gra­li­smo musul­mano e nello stesso tempo la sola pos­s­ibi­lità per questi Paesi di ass­icu­rarsi uno svi­luppo eco­no­mico minimo, cosa che eviterà alla Fran­cia e ai “Paesi del Nord” di res­tare som­mersi dall’immi­gra­zione dei “Paesi del Sud”. Si ritorna quindi al punto ess­en­ziale, l’immi­gra­zione, e al peri­colo che il nemico esterno si tra­s­formi in nemico interno, che la sua este­rio­rità spa­ri­sca.

L’individuo razzista

Lon­tano dai grandi prin­cipi del raz­zi­smo e dell’anti­raz­zi­smo, l’indi­vi­duo raz­zi­sta è quello che vive e per­ce­pi­sce la sua situa­zione giorno per giorno nella pro­pria imme­dia­tezza. É quello che è mal ripro­dotto dalla società o quello che sta per essere sepa­rato da ciò che fino a quel momento per­ce­piva come la sua comu­nità. All’inverso, la sua vit­tima è quello che sembra ancora pos­s­edere i propri valori, avere le pro­prie radici: un con­creto che può essere “raz­zi­s­tato”. É anche un raz­zi­smo di pros­s­imità che si esprime nei luoghi stessi della decom­po­sizione sociale (peri­fe­rie, mar­gini dei ghetti, ecc.), irri­fles­s­ivo, raz­zi­smo dell’insop­por­ta­bi­lità, della rabbia. Non si orga­nizza vera­mente e prende piut­to­sto la forma dell’aggres­s­ione, della “caccia”.

Quando questo raz­zi­smo dei fatti si pro­duce in dis­corsi, è sempre per pro­porre il con­creto contro l’astratto, sia per rife­rir­visi positi­va­mente come nel caso dell’esal­ta­zione del con­creto nazio­nale che rap­pre­sen­te­rebbe la nazione, dell’apo­lo­gia del lavoro pro­dut­tivo (che si oppone al “cos­mo­po­li­ti­smo e ai soldi degli Ebrei”), sia per farne un cri­te­rio di rigetto in rap­porto alla comu­nità orga­nica quando il con­creto dei rife­ri­menti è fisio­lo­gico o bio­lo­gico; indica allora delle dif­fe­renze (di colore o di reli­gione) che gli sem­brano più impor­tanti delle idee astratte dei diritti dell’uomo e di tutto quello che farebbe l’unità dell’umanità. Al con­tra­rio, l’anti­raz­zi­sta tra­di­zio­nale (da non con­fon­dersi con l’indi­vi­duo non raz­zi­sta!) sos­terrà l’astratto contro il con­creto, quello che unisce contro quello che divide. Sic­come il suo uma­ni­smo è pro­gres­s­ista e civi­liz­za­tore, egli pensa affer­mare i suoi valori come uni­ver­sali. É per defi­ni­zione euro-cen­tri­sta. Il suo rifiuto della dif­fe­renza con­creta potrebbe anche con­durlo a negare quest’ultima, come mos­trano bene le ambi­guità dei rife­ri­menti ai meticci, che ven­gono con­side­rati come l’abo­li­zione fisica della dif­fe­renza di colore. Su questa base, raz­zi­smo e anti­raz­zi­smo res­tano sul mede­simo ter­reno. Quanto all’anti­raz­zi­sta moderno, egli rag­giunge ancora di più il modo di pen­sare del raz­zi­sta in quanto, se fa rife­ri­mento ai diritti dell’uomo, lo fa in modo com­ple­ta­mente mec­ca­nico, per capil­la­rità con­sen­suale. Sarebbe in dif­fi­coltà nel defi­nire questi diritti in quanto tutte le cul­ture si equi­val­gono e ogni dif­fe­renza è ric­chezza sup­ple­men­tare dell’uomo.

Antisemitismo e comunità nazionale

L’anti­semi­ti­smo ha rive­s­tito diverse forme sto­ri­che. La prima, quella dell’antie­brai­smo cri­s­tiano è quasi del tutto scom­parsa oggi salvo nei cir­coli ris­tretti dell’inte­gra­li­smo cat­to­lico. Gli è suc­ce­duto sto­ri­ca­mente, nel XIX secolo, un anti­semi­ti­smo nazio­nale teo­riz­zato da Dru­mont e Maur­ras, e la cui espres­s­ione cul­mi­nante fu l’affare Drey­fus. L’Ebreo è sempre denun­ciato come il Male ma, cosa nuova, è anche fer­mento di cor­ru­zione e di dis­gre­ga­zione del corpo sociale della nazione. Questo anti­semi­ti­smo nazio­nale è anche un anti­semi­ti­smo sociale nella misura in cui è espres­s­ione di classi in decom­po­sizione o in muta­zione, nel periodo dello scon­vol­gi­mento del modo di pro­du­zione capi­ta­li­sta: seconda rivo­lu­zione indu­s­triale, esodo rurale, tay­lo­ri­smo, for­di­smo. É soprat­tutto espres­s­ione del con­ta­dino sra­di­cato, del com­mer­ciante e del red­di­tiere rovi­nati dalla guerra o dall’infla­zione, degli operai in situa­zione sot­to­pro­le­ta­ria. Questa forma d’anti­semi­ti­smo è domi­nante in Europa alla fine del XIX secolo fino agli anni ‘20. L’Ebreo è nello stesso tempo il denaro, il cos­mo­po­li­ti­smo, lo stra­niero. È su di lui che si cri­s­tal­liz­zano le rea­zioni popu­li­ste con­tra­rie al capi­tale e gli odii della destra nazio­nale.

Ma, a poco a poco, le basi sociali e nazio­nali dell’anti­semi­ti­smo per­dono la loro forza. Le fun­zioni eco­no­mi­che spe­ci­fi­che degli Ebrei decli­nano. Via via, gli Ebrei fran­cesi rag­giun­gono le pro­fes­s­ioni libe­rali o intel­let­tuali. Una nume­rosa immi­gra­zione pro­ve­niente dalla Polo­nia s’ins­talla bene o male in basso alla scala sociale. L’unità della comu­nità è rotta tra Ebrei nazio­nali ricchi o agiati che sono indi­vi­dua­liz­zati ed ass­imi­lati e Ebrei immi­grati più poveri il cui sta­tuto è spesso quello di apo­lidi. Lo stesso feno­meno si pro­duce in Ger­ma­nia dove esiste una “classe intel­let­tuale” e una cul­tura tede­sco-ebraica. Ne deriva una dilui­zione dell’imma­gine dell’Ebreo. È la spe­ci­fi­cità dell’anti­semi­ti­smo nazi­sta, il quale ha col­le­gato alle basi sociali e nazio­nali in corso di smem­bra­mento dell’anti­semi­ti­smo, un anti­semi­ti­smo bio­lo­gico capace di ren­dere di nuovo chiara l’imma­gine dell’Ebreo. La forza della comu­nità ebraica aveva fatto dimen­ti­care che l’Ebreo è quello che si infil­tra (da cui la fre­quente ass­imi­la­zione nella destra tra Ebrei e mas­s­oni). Bisogna quindi sve­larlo e indi­carlo. La teoria delle razze apporta delle giu­s­ti­fi­ca­zioni… e delle “solu­zioni” all’anti­semi­ti­smo.

In effetto, quello che dis­tin­gue l’anti­semi­ti­smo dalle altre forme di raz­zi­smo, è l’oggetto del raz­zi­smo: l’Ebreo non è mai stato vera­mente “infe­riore” con­tra­ria­mente al colo­niz­zato. Egli ha suoi valori, una sua cul­tura e non gli si nega il diritto a mes­co­larsi agli altri, almeno in quanto indi­vi­duo. L’Ebreo ricco e dis­tinto, come l’intel­let­tuale bril­lante, ven­gono invi­tati nei saloni della buona bor­ghe­sia. Con il nazio­nal­socia­li­smo, l’Ebreo “inu­tile” e “nocivo” viene abbas­s­ato in nome della purezza della razza, abbas­s­ato al rango di Unter­men­sch (sotto-uomo). L’anti­semi­ti­smo bio­lo­gico potrà così giu­s­ti­fi­care e decol­pe­vo­liz­zare l’anti­semi­ti­smo sociale latente che tra­s­pare sempre dai rap­porti mer­can­tili. Una volta ammesso ciò, tutti i tra­va­li­ca­menti sono con­sen­titi, sia quelli degli anti­semiti che pos­s­ono infine eser­ci­tare impu­ne­mente la loro vigliac­che­ria (gli Ebrei sono dei sotto-uomini) che quelli di uno Stato che si pre­sen­terà come il brac­cio armato della puri­fi­ca­zione ariana e nazio­nale.

Dopo la fine della Seconda Guerra mon­diale, l’anti­semi­ti­smo è indie­treg­giato o almeno è scom­parso dalle prime file della scena, salvo nei paesi euro­pei del blocco sovie­tico. Ciò non è dovuto uni­ca­mente al sen­ti­mento di col­pe­vo­lezza che ha seguito dap­per­tutto la depor­ta­zione e lo ster­mino degli Ebrei, ma al fatto che questi non occu­pano più una posizione par­ti­co­lare nella società. Le basi dell’anti­semi­ti­smo sociale sono scom­parse: il sis­tema capi­ta­li­sta, che adesso sta per fare a meno anche dei bor­ghesi, ha ancora meno bisogno di un inter­me­dia­rio, di un agente di tra­s­mis­s­ione del valore. Il denaro cir­cola libe­ra­mente, astrat­ta­mente e in modo ano­nimo. L’Ebreo non può più essere una rap­pre­sen­ta­zione della cos­cienza popo­lare (le “due­cento fami­glie”, non di più); le basi dell’anti­semi­ti­smo nazio­nale anche: l’Ebreo non è più l’imma­gine di una comu­nità nel senso forte, comu­nità che, bisogna ricor­darlo, non era rap­pre­sen­tata da uno Stato-Nazione prima della crea­zione dello Stato d’Israele. Anche questo non esiste più: il movi­mento sio­ni­sta è diven­tato un movi­mento nazio­na­li­sta e la nas­cita prima, e le dif­fi­coltà di soprav­vi­venza poi, dello Stato israe­liano hanno pro­vo­cato un’iden­ti­fi­ca­zione degli Ebrei con il “loro Stato”, ivi com­presa la dia­s­pora in cui l’iden­ti­fi­ca­zione si fa ancora più con­trad­dit­to­ria.

Tutto ciò non vuol dire che non vi sia più la base per un anti­semi­ti­smo ma che il suo svi­luppo pro­cede dif­fe­ren­te­mente a par­tire dalle situa­zioni che sono cam­biate. Le forme attuali della sua riat­ti­va­zione sono soprat­tutto poli­ti­che, anche se dietro si ritro­vano altre deter­mi­na­zioni. Una di queste pro­viene dalla situa­zione inter­na­zio­nale e dalla posizione dello Stato d’Israele nei con­flitti del Medio Oriente, del suo ruolo nel pro­blema pale­s­ti­nese. L’anti­sio­ni­smo che ne deriva, in Fran­cia e in Ger­ma­nia, per esem­pio, è più legato ad un odio per lo Stato d’Israele, paral­lelo all’odio per gli USA, che ad un anti­semi­ti­smo vero e pro­prio. Per altro, non tocca che una pic­cola parte della popo­la­zione, perché come glo­bal­mente le popo­la­zioni dei Paesi indu­s­triali sono pro-israe­liane, ara­bo­fobe e anti­s­la­mi­che. Unaltra forma poli­tica di riat­ti­va­zione dellanti­semi­ti­smo si. esprime nelle ana­lisi che sot­to­li­neano che, se gli Ebrei hanno per­duto la loro potenza eco­no­mica all’epoca del grande capi­tale e delle mul­ti­na­zio­nali, non hanno per­duto la loro potenza che si col­loca adesso nel cuore del nuovo potere delle società moderne, cioè nei grandi mezzi d’infor­ma­zione. Da qui gli attac­chi cos­tanti del Fronte nazio­nale contro la stampa e gli intel­let­tuali anti­fran­cesi. L’ass­imi­la­zione denaro-Ebreo, cede allora il posto all’ass­imi­la­zione intel­let­tuale-Ebreo. Ma questo anti­semi­ti­smo fun­ziona male. L’imma­gine del com­plotto e della società segreta deve essere for­te­mente reat­tiva, perché la clien­tela poten­ziale del dis­corso anti­semita, cioè gli indi­vi­dui mal ripro­dotti dalla loro classe in crisi e dallo Stato del capi­tale moderno, non vede nella comu­nità ebraica, che ha perso in gran parte i suoi carat­teri, il prin­ci­pale osta­colo alla riforma della pro­pria comu­nità.

Per tutte queste ragioni, l’anti­semi­ti­smo è ormai un ele­mento secon­da­rio dell’ipno­ti­smo nazio­na­li­sta. Più grave, invece, la messa in atto sis­te­ma­tica dell’anti­semi­ti­smo ope­rata da tutti gli “anti­raz­zi­sti” poli­tici di ogni fede che cer­cano così di camuf­fare, attra­verso l’orrore che rap­pre­senta l’anti­semi­ti­smo, il con­senso sull’immi­gra­zione.

Contro lo Stato e la nazione

La rela­tiva debo­lezza dello Stato fa dubi­tare della sua capa­cità di ripro­durre l’insieme del rap­porto sociale. Senza ren­dersi conto che esso nega con ciò la pro­pria utilità, annun­cia bru­s­ca­mente che ben presto non potrà più pagare le pen­sioni, più curare i malati, più ass­icu­rare la “sicu­rezza dei beni e delle per­sone”, ma che aspet­tando tutto ciò bisogna con­ti­nuare a cre­dere in lui. Suona allora la cam­pana di tutto quello che può ser­vire a giu­s­ti­fi­carlo, e in un grande si lancio, pro­clama la con­ver­genza dell’eco­no­mia e del sen­ti­mento nazio­nale. Per accet­tare il rigore eco­no­mico abbi­sogna il fer­vore nazio­nale. È il fal­li­mento dell’eco­no­mia nazio­nale che è sempre rimesso sul tap­peto. Se si deve sacri­fi­care un’impresa o un set­tore d’atti­vità, è sempre per sal­vare l’insieme, e tanto peggio se ci si accorge che al momento l’insieme è vuoto.

Solo l’attuale debo­lezza delle alter­na­tive allo Stato e alla nazione pro­duce e spiega ancora questa agglo­me­ra­zione di opi­nioni e di com­por­ta­menti, più pas­s­ivi che attivi, che forma questo con­senso con cui ci si abbe­vera.

 

Jac­ques Wajnsztejn