No alla guerra no alle ricette

Maggio 1991, Temps critiques

Traduttore : Riccardo d'Este

articolo estratto da : AA.VV., La guerra e il suo rovescio, Nautilus, Torino 1991.



La guerra attuale produce un' antinomia. Per certi versi va nel senso di un rafforzamento della passività degli individui; tutto pare superarci: “la logica di guerra”, il materiale ultrasofisticato ed inumano messo in campo. Di fronte a questo dispiegamento politico-mediatico e tecnologico quello che possiamo pensare non può esprimersi senza sembrare immediatamente irrisorio. In questo la guerra appare come un prolungamento ed una radicalizzazione della crisi del politico. “I giochi sono ormai fatti e tutti lo sanno”, è la musichetta lancinante che ognuno è tentato di sentire. Questo spiegherebbe come negli USA e in Francia intellettuali o personalità “contrarie” alla guerra la sostengano dal momento in cui è stata dichiarata… affinché finisca al più presto. Dopo il “silenzio degli intellettuali” ecco il trionfo del pensiero utilitaristico.

Per un altro verso, la guerra è un elemento straordinariamente destabilizzante la pace sociale perché reintroduce la storia che la società occidentale pensava di aver sradicato, reintroduce scommesse e contestazione in un sistema che pareva aver raggiunto la perfezione come totalitarismo consensuale integrato e riprodotto dagli individui stessi. La guerra disturba, reintroduce il Politico, suscita manifestazioni, riattiva i “brontosauri” (PCF, goscisti). Perfino gli individui “interessati”, gli individui-utenti sembrano sfuggire alla logica dello Stato-in-guerra perché stentano talvolta a riconoscere il loro interesse nella guerra, tanto più che lo Stato non osa confessare i sordidi fini della sua azione. Guardano tutto questo con occhio estraneo e quasi si chiedono se non si stia perdendo tempo con questa storia.

Per non isolarsi dalla sua famosa società civile, lo Stato è costretto ad iniettare lui stesso della politica nella macchina, a “riscaldare” la società con il rischio di riconflittualizzarla. Questa operazione comporta i suoi rischi e lo Stato deve prendere le sue contromisure: sorveglianza delle comunità o dei gruppi a rischio, divieti vari, censura, campagna contro gli oppositori alla guerra.

In una simile situazione si produce una modificazione della gestione del rapporto sociale capitalista. La sua gestione consensuale comportava un certo offuscamento dello Stato nella misura in cui il suo fondamento non era più minacciato dalle vecchie lotte di classe ed era riconosciuto pressoché da tutti. Questo offuscamento a vantaggio di mediazioni più civili (media, associazioni, corporazioni, piccoli gruppi di utilità sociale, famiglie) riprendeva alloro livello tutti gli scopi della normalizzazione democratica. Ma con la guerra lo Stato riappare in primo piano e firma il suo rientro con un certo numero di vittorie immediate. Si prende la rivincita sui media sottomettendoli non soltanto con la censura, ma anche per la superiorità dell' azione sulle parole e sulle immagini. I media hanno “scaldato” l'opinione pubblica prima della guerra, ma da quando è cominciata hanno perso ogni credibilità ed ogni potere autonomo. Lo Stato sottomette anche i grandi partiti e tutti i loro membri devono dare il loro consenso all'unisono. Fa regnare nelle amministrazioni la disciplina repubblicana e nei funzionari il diritto della riserva.

Se il consenso di pace sociale si costruisce sulla base dei rapporti tra individui con lo Stato come rappresentante dell'individuo collettivo, l'unione in tempo di guerra non è della stessa natura. Non può venire dalle profondità della struttura del rapporto sociale salariato. È emotiva o patriottica come lo dimostra la storia delle guerre passate e la sacra unione (modello 1914) — e non è il caso attualmente nei paesi occidentali — oppure è il risultato di una manipolazione con la quale si afferma una logica strumentale dello Stato (modello guerra attuale).

Il caso francese è emblematico: “Siamo per la pace ma facciamo la guerra perché si è in una logica di guerra”. Poco importa la verità della prima parte della frase, verità che si presume distinguere alcuni protagonisti, i buoni e gli altri; conta solo la seconda parte. Siamo proprio in una logica di guerra e non ce ne sono altre (si veda la dichiarazione di Perez de Cuéllar e la posizione dell'ONU: “Siamo per la pace ma la guerra è legale”). Non ce ne sono altre…finché si parla in termini di logica di Stato!

È proprio questo che ci rende così malmessi nelle nostre azioni contro la guerra. La guerra è una breccia nel consenso perché gli individui che parevano accettare molte cose, nel quotidiano, si mettono di colpo ad agire, a discutere, ad intrecciare rapporti umani nell'ambito del loro lavoro o di movimenti contro la guerra.

Ma tutto questo non basta a rendere efficace una lotta: lottare contro la guerra non può far fermare la guerra se ci si rivolge soltanto allo Stato, come qualsivoglia gruppo di pressione. Occorre anche porsi su un altro piano che non sia quello dello Stato per il quale la pace o la guerra non sono che due momenti di una stessa strategia. Questo è difficile perché un'individualizzazione sempre maggiore lascia l'individuo solo con se stesso e lo pone brutalmente di fronte alla sua impotenza a creare nuove forze di contraddizione, tanto più che le forze politiche e sindacali, esse stesse indebolite da questo processo, non gli sono di grande aiuto. Dopo aver iniziato e canalizzato le prime proteste, praticamente tutte hanno adottato una posizione minimale: “Fate ciò che volete individualmente ed eventualmente vi si darà una mano”. Ora l'autonomia di riflessione e di azione è qualcosa che si impara o si reimpara lentamente, con l'esercizio, in qualche modo. Vi è dunque uno scarto certo tra le volontà individuali di opposizione alla guerra e le loro concrete possibilità di espressione. Tenendo conto di tutte queste difficoltà, dobbiamo sfruttare in tutte le sue forme il “No alla guerra” poiché è il solo slogan che abbia attualmente una valenza unificante ed operativa, mentre questo non è il caso di altri slogan del movimento contro la guerra (come “guerra alla guerra” che non ha per il momento alcun valore pratico ed il cui valore teorico è per lo meno discutibile). In effetti, questa guerra permette di avanzare un'ipotesi: essa segnerebbe la fine o l'inadeguatezza dei modelli del 1914 o della guerra di Spagna rispetto alla situazione attuale. Le armi di cui oggi dispone qualunque potenza rendono vana qualsiasi appropriazione umana, qualsivoglia rivolgimento per un altro uso. La macchina da guerra disumanizzata rende impossibile il rivolgimento delle armi chimiche o nucleari contro gli ufficiali e i movimenti contro la guerra non devono cadere nell'illusione della ripetizione di slogan storici datati. Bisogna riflettere e in fretta!

Il “no alla guerra” è il rifiuto dell'insopportabile; questo insopportabile che prende la forma del rumore e del furore nella guerra e quella del silenzio nella carestia. L'insopportabile della guerra e della fame sta nel fatto che non sono semplicemente una conseguenza del sistema, com'è il caso degli “orrori” quotidiani, ma perché qui si tratta di una rottura da parte dell'escalation nella barbarie (l'UNICEF prevede 20 milioni di morti per fame in Africa nei prossimi mesi); organizzate e programmate sono il prodotto della freddezza del Capitale.

 

Febbraio 1991