Etiam minima

Maggio 1991, Melcom d’Idd

articolo estratto da : AA.VV., La guerra e il suo rovescio, Nautilus, Torino 1991.



“Sappiate che chi governa a caso si ritruova alla fine a caso;
la diritta è pensare, esaminare,
considerare bene ogni cosa etiam minima;
e vivendo ancora cosí, si conducono con fatica bene le cose;
pensate come vanno a chi si lascia portare dal corso dell'acqua.”
(Francesco Guicciardini, Ricordi politici e civili)
“Gli uomini prima sentono senza avvertire,
dappoi avvertiscono con animo
perturbato e commosso,
finalmente riflettono con mente pura”.
(Gian Battista Vico, Scienza Nuova)

 

Desert Storm (und Drang)

Il linguaggio a volte predice i fatti, li annuncia, apre uno spiraglio in cui l'interpretazione corretta può incunearsi; spesso i fatti, nella loro brutale oggettività, condizionano o addirittura determinano il linguaggio, nella volontà di inverarlo. Càpitano però dei lapsus o dei “qui pro quo” o delle vere e proprie autodenunce. I fatti denunciano il linguaggio che, a sua volta, si vendica: denunciando prima le intenzioni, poi i fatti. Quasi sempre questo duplice processo svela delle verità nascoste, magari inconfessabili. O, viceversa, che si vogliono confessare, ma soltanto attraverso un linguaggio criptico, da interpretarsi o comunque in codice.

L'operazione di guerra, o di polizia internazionale, voluta dalla coalizione multinazionale anti Iraq è stata definita dagli americani, suoi principali conduttori, prima come Desert Shield, cioè “Scudo del/nel deserto”, onde enfatizzare la difesa dell'Arabia Saudita presumibilmente minacciata da Saddam, ma poco dopo Desert Storm, nome che è rimasto definitivo e che significa “Tempesta nel/del deserto”.

Il termine Storm rievoca connotazioni epiche, eroiche, neoromantiche, e non si usa a caso quest'ultimo attributo. Storm, infatti, è l'equivalente anglosassone del germanico Sturm, ed appunto “tempesta ed impeto”, cioè Sturm und Drang, fu come si chiamò — dal titolo di un dramma di Maximilian Klinger del 1776 — quel movimento politico, letterario, filosofico che storicamente va sotto il nome di Romanticismo.

Ma quale tempesta è stata quella prima annunciata, anzi esaltata, e poi praticata in questo caso? Non certo quella metaforica dei sentimenti né quella reale ad opera della natura. Una tempesta di bombe micidiali, di tonnellate e tonnellate di esplosivo, di napalm, di bombe “aerosol” (che non sturano i nasi costipati ma distruggono gli esseri viventi), di colpi di ogni tipo di arma da fuoco, di tecnologie “sofisticate”. Una tempesta di morte e di morti.

Va da sé che difficilmente qualcuno avrebbe potuto esibire la sfrontatezza, che peraltro non è mancata a nessuno dei contendenti, di definire l'operazione come “Massacro nel deserto” o, realisticamente, “Sterminio del deserto, del Golfo, delle città”. I riferimenti epici sono stati d'obbligo. Sia per intimorire il nemico, sia per ringalluzzire le proprie truppe, sia per eccitare la fantasia degli spettatori. Ma nel nome/codice imposto a questa operazione bellica vi sono due elementi che forse è utile sottolineare per comprendere meglio le suggestioni mediatiche offerte.

Il primo è l'evocazione di un fenomeno naturale, come la tempesta, che, anche quando viene dilatato in senso metaforico (per esempio, la tempesta dei sensi, delle passioni ecc.), intende sempre evidenziare la naturalità del fenomeno stesso o, per lo meno, una sua sussunzione per analogia ai criteri della naturalità. Una tempesta può essere terrifica e terribile, in specie per chi la subisce, ma anche per uno spettatore distante, e nondimeno mantiene una sua grandezza, la maestosità del “sublime” e l'ineluttabile forza della natura. Chi scatena la tempesta è in qualche modo la divinità (Zeus, Jahvé, Dio o, positivisticamente, la Natura). Nell'immaginario collettivo accumulato e storicizzatosi, per lo più la tempesta colpisce i reprobi, si tratti dell'umanità tutta, come nel Diluvio Universale, o di una sua porzione particolare, come per l'annichiIimento di Sodoma e Gomorra (tempesta di fuoco). Soprattutto nella tradizione giudeocristiana, la Tempesta assume connotazioni di Vendetta, ovviamente giusta, da parte della divinità offesa che si scatena, attraverso la natura che è in suo totale potere, contro chi si è permesso di offenderla.

Dunque è emblematico che la Potenza, cioè gli Stati Uniti, abbia scelto questo termine per designare una violentissima offensiva di guerra che, non a caso, proveniva soprattutto dal cielo (il dominio dei cieli, oltre che fondamentale nelle guerre moderne, ha una forte valenza simbolica). Ma vi è anche una rimarchevole autoconfessione nell'uso di una simile formula. La Superpotenza ambisce al ruolo della divinità, ancorché materialistica e terrena, con tutti i poteri che ad essa le religioni hanno sempre attribuito, primo fra tutti quello di giudicare e punire. Non solo, ma la Potenza, in quanto terrena, è di per sé storica, è la divinità calata nella storia, e dunque esprime al massimo grado la realtà esistente, cioè la società esistente, dunque la società del capitale, dello spettacolo, dei poteri separati ed integrati. Questa esistenza viene proposta come di per sé naturale, la natura contemporanea, da cui consegue, o deve conseguirne, che anche le sue espressioni estreme, come le guerre, rientrano nell' ambito della naturalità, al pari del lavoro, della proprietà ecc. Non per nulla, riguardo a questa guerra, molti hanno parlato di “inevitabilità”. Esattamente come succede per i fenomeni naturali.

Il secondo elemento riguarda il termine “deserto”. Cioè è nel deserto che si è scatenata, si scatena o si scatenerà la tempesta. Il deserto è, per definizione, “grande estensione di terreno arido, disabitato, incolto”. Quindi i rischi per la vita umana, animale e vegetale, sono minimi anche in caso di tempesta-guerra. Possono venir colpiti solo coloro che insensatamente e soprattutto ingiustamente vi si sono avventurati. Il deserto, inoltre, suscita fantasie esotiche ed “avventurose”, forti soprattutto nella cultura anglosassone. Traversate rischiose, oasi, cammelli, beduini, tè nel deserto, Lawrence d'Arabia e via fantasticando. Questo specifico e concreto deserto, in verità, si è dimostrato sovraffollato come il centro di una metropoli nelle ore di punta e, soprattutto, schizzava e schizza “oro nero” da tutti i suoi pori; ma che importanza ha? In questo modo l'immagine offerta (il deserto) tende a dissimulare nella pubblica immaginazione teleguidata la realtà indiscutibile: che la tempesta neobiblica, di fuoco e di ferro, si è scatenata soprattutto sulle città irachene, tutt'altro che “deserte”. Il deserto, fisicamente reale, offre inoltre un ulteriore vantaggio, in quanto immagine per il consumo occidentale. È un altrove, qualcosa che non ci riguarda se non rappresentato al cinema o sullo scenario della fantasia; perciò è in qualche modo rassicurante che sia lì (magari manco esiste se non in TV o negli studios cinematografici!) e non qui che scoppi la tempesta o, per gli italiani, che vi si scatenino i Tornado.

Dunque, il messaggio lanciato, e neppure troppo a livello subliminale o sofisticatamente, è stato pressappoco questo: “La guerra è un fenomeno naturale, come la tempesta; noi, moderna divinità e seconda natura, abbiamo la potenza di determinarlo volontariamente e, va da sé, come forma di giusta punizione; in ogni caso ciò avviene nel deserto, dove tutte le avventure sono immaginabili e, soprattutto, dove non c'è vita o ve n'è pochissima”. Che i fatti smentiscano completamente la veridicità del messaggio, è sotto gli occhi di tutti, ma ciò nulla toglie alla sua forza di penetrazione ideologica e mediatica. Anzi, la falsità del messaggio diventa una seconda verità, vale a dire una verità a sé stante, che si autodimostra. Il lapsus o la menzogna sono tali soltanto per chili coglie; altrimenti è il linguaggio a coprire i fatti e non questi a denunciare quello.

Per rimanere nel tema della decifrazione, di certo non è per caso che i missili difensivi, cioè antimissile, utilizzati in questa guerra, ma ovviamente progettati e costruiti con anni d'anticipo, vengano enfaticamente chiamati Patriots — secondo il loro nome di battesimo e il messaggio ideologico che esprimono. Sono i moderni patrioti tecnologici. Difendono la patria. Ma, al tempo stesso, ne dilatano ed elasticizzano immensamente i confini, proprio mentre si assiste all' oggettiva caduta della nazione, concetto ed ambizione che, come briciole rafferme, vengono lasciati in pasto agli ultimi della storia, inghiottiti dallo Stato, dagli Stati, dalla coalizione interstatale.

I Patriots, infatti, merci belliche quali sono, fabbricate per ora negli USA (ma è più che prevedibile il loro successo generalizzato), sono patrioti per tutte le bandiere. Potevano difendere gli USA, e non ce n'è mai stata ragione; hanno difeso (un po' maluccio, ma tant'é: anche i patrioti hanno le loro debolezze) l'Arabia Saudita e Israele; un giorno potrebbero difendere la Siria, come avrebbero potuto difendere lo stesso Iraq, qualora fosse rimasto uno Stato “alleato”.

Altro che le vecchie canzoni rivoluzionarie che recitavano: “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà…”! È il Nuovo Ordine Mondiale che sta ridefinendo la patria: tutta la parte del pianeta sotto il controllo del suo Governo. E la libertà è quella garantita dai Patriots.

L'anima della comunità

Secondo Hobbes, nel Leviatano, lo Stato è una sorta di “anima della comunità”, che in certo modo risponde solo di se stessa ed a se stessa e dunque lo Stato, inglobando in sé ogni autorità, è libero da qualsiasi vincolo.

L'assolutismo hobbesiano è stato successivamente corretto, se così si può dire, da altri filosofi della politica e soprattutto dalle modificazioni intervenute nelle forme di organizzazione statuale. Tuttavia questa pretesa di essere “anima della comunità”, quindi indipendente dal corpo sociale e superiore ad esso, mi ritorna in mente davanti al modo di autorappresentarsi della “democrazia” come valore in sé, avulso dai suoi possibili contenuti reali e come modello statuale non perfetto, ma ineludibile.

Durante la guerra del Golfo Persico, da più parti si è sostenuto che sono stati messi in gioco, difesi e riaffermati i valori fondamentali della democrazia. Da questa impostazione sono derivate alcune conseguenze ideologico-linguistiche ed altre ideologico-politiche.

Fra le prime spicca per ossessività il modo in cui tutti, accanto al nome di Saddam Hussein, abbiano sentito il dovere di unirvi l'attributo di “dittatore”, di “despota” e similari. Ciò è verissimo, odioso ed indiscutibile: Saddam ha sempre avuto tendenze e propensioni dittatoriali e dispotiche, sin da quando (1968) il partito Baas ha preso il potere in Iraq, che si sono accresciute a dismisura tra il 1975 e il 1980 quando ha praticato la liquidazione dei curdi e dei comunisti iracheni e che è sfociata (1980) nella guerra di aggressione all'Iran. Eppure per tutto questo non breve periodo è stato coccolato, foraggiato ed armato alternativamente, e spesso simultaneamente, dall'Occidente e dall'URSS. Lo si è scoperto dittatore — cosa che non aveva mai smesso di essere — quando è divenuto nemico e quando, dunque, l'“anima della comunità” (la democrazia) doveva affermarsi e valorizzarsi per differenziazione: contro la dittatura non c'è altro che la democrazia, argine verso gli abusi ed unico progetto umano. Né, nella sfrenatezza ideologico-propagandistica, è importato troppo rilevare che né il Kuwait invaso né l'Arabia Saudita minacciata potevano o possono dirsi Stati democratici, secondo l'accezione corrente. Il carattere monarchico di quegli Stati permette tuttavia qualche margine di equivoco. Cosa impossibile però, per esempio, per l'alleato Assad di Siria, anch'egli capo di un partito unico al governo, o per il cinese Deng — ed il massacro della Tian An Men è scolpito nella memoria di tutti — a cui sono stati richiesti consensi per operare sotto l'apparente egida delle Nazioni Unite. In questi casi si parla di “premiers”, di “capi di Stato”, di “leaders”. L'imbroglio linguistico lascia trasparire la truffa ideologica. Ne consegue con evidenza che la Democrazia — e la maiuscola è d'obbligo trattandosi di un regime — è assai elastica e disinvolta nel trattare amici e nemici, avendo riverniciato, riammodernato e “democraticizzato” le famose tesi di Carl Schmitt sulla dualità/opposizione fra amico e nemico, rendendole congrue all'immagine di unanimismo che si vuole diffondere, pur conservando la natura di dualità necessaria all' esistenza degli Stati.

Fra le seconde, vale la pena di rimarcare lo sforzo di moltissimi commentatori, anche” di sinistra” (quelli cioè che cercano di darsi una miserevole credibilità proponendosi come filopalestinesi), per evidenziare e riaffermare che l'unica democrazia in Medio Oriente è rappresentata da Israele, dove si svolgono “libere elezioni” (benché su questa libertà ci sarebbe assai da discutere), cosa che non può dirsi per la maggioranza dei paesi limitrofi. Questo li conduce ad esprimere una solidarietà quasi incondizionata allo Stato di Israele, nonostante l'arroganza ideologico-autocratica del sionismo e le costanti violenze sugli “altri”, che ben pochi osano negare apertamente, limitandosi semmai a “dissociarsi” dal suo governo. Come dire: quello Stato è l'unica realtà democratica, cioè positiva, nella zona e dunque va difesa ed appoggiata, anche se la politica del suo governo è per molti versi discutibile o riprovevole. La democrazia, pertanto, si autonomizza da qualsiasi contenuto, si autoinvera formalisticamente, rimane estranea alle pratiche sociali, e superiore ad esse, sussume al “metodo” qualsiasi fine. (È facile ironizzare sul fatto che gli stessi Hitler e Mussolini parteciparono con buon successo ad elezioni democratiche, pur essendo “in potenza” quei dittatori che poi furono “in atto”, e negli atti!).

In realtà, il problema non risiede nel formalismo democratico, ma piuttosto nell'ideologia che vi è escresciuta, nella concezione predominante ed autoritativa di democrazia, nell'uso che se ne fa.

In quanto a me, non nego che nella guerra del Golfo, fra gli altri, siano stati in gioco gli interessi ed i valori della Democrazia, ma è, per l'appunto, questa democrazia che mi atterrisce.

Se, dal punto di vista etimologico, il concetto di democrazia, cioè di governo del popolo, può conservare qualche fascino (ancorché assai dubbio poiché non ci si trova più nelle condizioni della polis greca ed il popolo risulta oggi qualcosa di indefinito ed indistinto, mentre l'unica democrazia effettiva è quella delle merci), è del tutto evidente che qui, ora, si sta trattando di un fenomeno che poco ha da spartire con la sua origine storica ed etimologica, di un modello di organizzazione politico-sociale che molto ha che vedere con il governo, quasi nulla con il popolo, se non come massa di spettatori manipolati e manipolabili.

Per democrazia ormai si intende un regime in cui periodicamente vengono indette “libere” elezioni, a cui partecipa una certa quantità di cittadini aventi diritto al voto, e che nei paesi “evoluti” è sempre più bassa, sicché il meccanismo delegatario non consiste soltanto nel voto stesso (che è comunque una delega ad altri) ma soprattutto in quella subdelega che viene data ai votanti, per quanto pochi essi siano. A queste elezioni concorrono partiti apparentemente diversi tra di loro, in rappresentanza di distinte ideologie o di gruppi sociali con interessi differenti, ma con la medesima aspirazione, quella del controllo e dell'amministrazione dello Stato esistente.

Una critica della democrazia formale è così facile che me ne astengo, tanto più che è stata sviluppata assai bene dai (pochi) teorici rivoluzionari esistiti o esistenti. Così come mi astengo dall'analizzare diffusamente, per la sua manifesta evidenza ed immediata comprensione da parte di chiunque non sia troppo intossicato, il fatto che laddove non esista un'effettiva eguaglianza di condizioni (economiche, di potere reale sulla propria vita, culturali, sessuali ecc.) la democrazia risulta essere una mera forma, gestibile ed utilizzabile da chi possiede più strumenti e mezzi, una rappresentazione capovolta dei rapporti sociali, interindividuali e collettivi. Non è un caso, pertanto, che il personale politico sia essenzialmente sempre lo stesso, con alcuni ricambi interni, e che il peso dei vari gruppi di potere economico, ideologico, gestionale ecc. sia davvero pesante; e sempre maggiore nella società spettacolare e mediatica contemporanea, dove la comunicazione reale diviene sempre più “clandestina” o “privata”, attaccata da ogni lato dall'informazione/disinformazione pubblicamente gestita.

Quello che invece mi preme sottolineare qui è come la Democrazia si proponga come terreno di non ritorno, insuperabile, l'espressione della “parte razionale dell'uomo”, l'anima della comunità esistente, come la dittatura del presente. Con un'arroganza totalitaria che neppure lo Zar di tutte le Russie o l'Imperatore austro-ungarico avrebbero osato esibire. Il crollo dei regimi stalinisti, e sedicenti “comunisti”, nell'Est dell'Europa e la loro conseguente “democratizzazione” (cioè omologazione ed integrazione) rafforza la pretesa assolutista della Democrazia che può tollerare al suo interno le differenze più evidenti purché venga rigorosamente esclusa la possibilità di ciascuno di determinare da sé solo la sua propria esistenza.

Ovviamente, la Democrazia si propone come forma; il suo contenuto, cioè il suo contenuto sociale, risiede altrove: nei rapporti capitalistici, nell' autorità dello Stato, nella riproduzione costante ed accelerata dello spettacolo. La democrazia è democratica per tautologica definizione, è la forma migliore (seppur imperfetta, come si affrettano a sottolineare i “pensatori” più scrupolosi) di organizzazione societaria ed umana. È di per sé etica. Perciò va imposta con qualsiasi mezzo, com'è stato per il modello di civilizzazione occidentale. Né i mezzi le mancano.

Fuori dalle “regole del gioco democratico” c'è solo, all'esterno, la barbarie ed il fanatismo e, all'interno, la sovversione, il terrorismo, la demenza, la delinquenza, la follia.

La Democrazia, pertanto, è la forma dello spettacolo al suo più alto grado di concentrazione e, nel contempo, di diffusione capillare. È la democrazia delle merci, più ancora che quella del lavoro. È il diritto di cittadinanza nel mondo della società del capitale che, integrandosi a livello planetario e pianificando le differenziazioni, esprime una volontà di eternizzarsi assolutamente sconosciuta dalle forme di produzione e riproduzione precedenti.

Oggi, ad ipotizzare organizzazioni societarie diverse da quella cosiddetta democratica e fondanti un'effettiva comunità umana, si passa, se va bene, per utopisti o sognatori e, se va male, per provocatori o terroristi.

La merce ideologica denominata democrazia deve venir esportata ovunque e dovunque sotto le regole flessibili dello spettacolo, oltre che sotto quelle rigide del capitale. Il totalitarismo ideologico raggiunge così il suo apogeo. Di fronte alla crisi di tutti i valori, due si presentano come fondamentali ed ineludibili: lo Stato e la Democrazia. Il capitale ne è la base materiale; lo spettacolo li rappresenta tutti.

La guerra è un mezzo. Non poi così estremo come si è voluto far credere. È pur vero che la guerra del Golfo ha raggiunto livelli di intensità sinora ignoti — rispetto al breve lasso di tempo — ma è altresì vero che le guerre striscianti, magari locali, hanno permeato di sé la realtà “pacifica” seguita alla fine della seconda Guerra Mondiale e che la corsa agli armamenti ha avuto significative impennate e, soprattutto, un allargamento geografico impensabile soltanto cinquant'anni fa. Vi è dunque anche una democrazia delle merci-armi, ma ciò evidentemente richiede che il cuore della Democrazia, cioè il Governo Mondiale, accresca il suo potere di controllo e di regolamentazione, rivendicando il suo diritto ad essere un' entità separata, autosufficiente, legittimata da se stessa, assoluta, l'anima della comunità.

Tuttavia non è la fine della storia. Semmai è il punto più alto dei conflitti che sono serpeggiati lungo la storia. Ora l'esigenza di vita autentica si preannuncia come alleata solo di se stessa. Oggi l'acrazia comincia a definirsi attraverso il suo negativo.

In hoc signo vinces

In una delle fasi più accese, drammatiche ed incerte del conflitto bellico nel Golfo, il papa della chiesa cattolica definì, con chiari accenti di riprovazione, la guerra come “un'avventura senza ritorno”. Questa formulazione venne assunta quasi come uno stendardo da larga parte del movimento pacifista italiano, bollato così come “papista” dai suoi avversari laici ed interventisti e creando non pochi imbarazzi a quella parte dello schieramento bellicista che era ed è di matrice cattolica e che, appunto, nell' ampio serbatoio cattolico pesca i suoi consensi elettorali.

Partendo dal punto di vista ideologico umanitario-cristiano, il papa voleva evidentemente stigmatizzare il ricorso alla guerra, a qualsiasi guerra. Qui ed ora sarebbe fuori luogo ricordare con vis polemica — pari solo alla memoria storica — come e quanto il cristianesimo abbia usato e benedetto la violenza, contribuendo, direttamente o indirettamente, a tutte le guerre, cercando di darvi addirittura una giustificazione morale, come nella Summa Theologica dove si dice: “…la motivazione dei belligeranti deve essere giusta, vale a dire intesa o a promuovere il bene o ad evitare il male”. È chiaro che questa è una giustificazione di ogni guerra, poiché le forze che si combattono sempre asseriscono di voler promuovere il bene o di evitare il male.

Tuttavia appare chiaro come il pontefice dei cattolici volesse, dall' alto della sua finestra in piazza San Pietro e della sua “autorevolezza” religiosa, mettere in guardia i governanti ed i politici dai rischi della guerra, in specie nell' epoca contemporanea dove l'altissimo livello tecnologico raggiunto scatena un potenziale mortifero non paragonabile con quelli di altre epoche, anche prossime. Il suo sbilanciamento “pacifista” dunque può essere anche apprezzabile “umanamente”, vale a dire secondo una concezione astratta dell'umanità (non per nulla Marx sottolineava beffardamente che i filosofi, i moralisti e i politici parlano e scrivono sempre di “umanità” o dell'“Uomo” e mai degli uomini concreti e storicamente determinati). Nondimeno la genericità e soprattutto l'inesattezza della formula adoperata — avventura senza ritorno — vanno puntualmente criticate specie per le loro conseguenze e, del pari, mostrano la pochezza di chi, pacifista, l'ha sventolata come vessillo e di chi, bellicista, l'ha contrastata proponendo concetti altrettanto astratti quali il “diritto internazionale” o l'autonomia dello Stato (che, in effetti, si autonomizza non solo dalle chiese e dalle morali, ma dai suoi stessi “dipendenti”, pretendendo un'esistenza ed un'eticità assolute. E, concretamente, i governanti si sentono e sono autorizzati ad ogni intrapresa o scelta. Esattamente all' opposto di ciò che sognava Jean-Jacques Rousseau, forse ingenuo ma sicuramente non “estremista”, che così descriveva nel suo Contratto sociale il ruolo dei governanti: “Essi non sono i padroni del popolo, ma i suoi ufficiali e il popolo può stabilirli e destituirli quando gli piace. Non è questione per essi di contrattare, ma di obbedire; e incaricandosi delle funzioni che lo stato impone loro, non fanno che compiere il loro dovere di cittadini, senza avere in alcun modo il diritto di disputare delle condizioni”. Prospettiva terribile per il più infimo dei governanti attuali).

“Avventura senza ritorno”, si è detto. Ma ricorriamo all' ausilio di un dizionario e leggiamo cosa ci dice sotto la voce “avventura”. Esattamente: “vicenda che per il suo carattere di eccezionalità e di singolarità e per l'imprevisto, il rischio o l'incertezza che la sua conclusione comporta, riveste un particolare interesse sia per chi ne è protagonista, come esperienza vissuta, sia per chi ne viene a conoscenza attraverso il racconto e la rappresentazione, come esperienza indiretta”. Se assumiamo questa definizione, possiamo affermare senza tema di smentite che, se mai la guerra è stata un' avventura, di per certo le guerre moderne non lo sono più, e da tempo, e tanto meno lo è stata la guerra anti Iraq da poco conclusasi. Pur mantenendo un certo carattere di eccezionalità, questa guerra ha limitato al massimo ogni imprevisto ed ogni rischio. E stata una guerra suggerita, annunciata, programmata e manipolata mediaticamente. Il “particolare interesse” per i protagonisti, come per chi ne è venuto a conoscenza, c'è senza dubbio stato, ma anch'esso completamente preventivato e quindi costruito e controllato.

L'avventura possiede un suo fascino; questa “avventura” ha voluto soltanto inchiodare gli attori, i comprimari e gli spettatori in ruoli ben prefissati, monotoni e, soprattutto, già dati in precedenza. Significative sono le lamentele provenienti da più parti: “Ma non si è visto niente!”. In realtà, si è visto tutto quello che c'era da vedere: il visibilmente invisibile. Gli stessi piloti che sganciavano le micidiali bombe “intelligenti”, vedevano solo virtualmente. Gli stessi obiettivi che colpivano erano virtuali, ancorché alla resa dei conti assai concreti.

Perciò attribuire un carattere di avventura, sia pure di segno negativo, alle guerre moderne e neomoderne, per contrapporvi una diversa sicurezza o “certezza” (quella della pace, della fede, del quotidiano ecc.), è un' astuzia intellettuale che si autodenuncia, perché è sotto gli occhi di tutti che in queste guerre non c'è nessuna avventura, nessuna incertezza, se non quelle artificialmente simulate e mostrate tanto spettacolarmente quanto abusivamente (Saddam userà i gas, le armi chimiche, possiede il quarto esercito del mondo, la guerra durerà chissà quanto…). Nella realtà, tutto viene giocato in anticipo nelle stanze segrete dei vari poteri e, poi, pubblicamente esibito.

Al contrario, l'avventura sta nel decifrare e nello svelare quei misteri, nello smantellamento di quelle stanze, nella distruzione di quei poteri, mentre il resto si ripresenta come programmazione e logica binaria. Né rispetto ad un' “avventura”, che è in realtà assenza di avventura, possono venir proposte quelle sicurezze o certezze che fanno parte dello stesso stock di materiale avariato.

A ciò va aggiunta una considerazione banale. Il gioco sull'avventura (ma non l'avventura del gioco) è un elemento ricorrente nello snodarsi dell'etica del contenimento, se non della repressione, delle passioni umane. Con una duplice valenza: di invito e di castigo, affinché il giusto mezzo appaia come una forma di continenza. La guerra, nell'immaginario individuale e collettivo, può sembrare un'avventura fatta di epicità e di eroismi. Ma si sa che se ne devono pagare i prezzi. Come si sa che si devono pagare altri prezzi se si vogliono evitare i danni che la guerra comporta. Da un lato, quindi, l'adesione soggettiva ad una guerra può sembrare al singolo individuo come un'avventura, come una fuga dalla quotidianità letale, anche a costo della vita. Ed è su questo malformato bisogno, oltre che sull' obbligo imposto (non credo, infatti, che i soldati iracheni pensassero di correre un'avventura, sebbene piuttosto di dover correre e basta), che si fonda in parte l'estorsione del consenso dei soldati. Ma dall'altro lato, i danni inevitabili ed evidenti delle guerre spingono ad accettare ciò che già esiste, con il rifiuto, dunque, di tentare avventure reali, cioè destrutturanti l'esistente.

Ma anche l'asserzione che questa pseudoavventura fosse “senza ritorno” era falsificatoria, come i fatti si sono premurati di dimostrare. Certo, la morte è senza ritorno, e di morti ve ne sono stati moltissimi, molti di più di quelli accreditati dalle versioni ufficiali, peraltro pressoché inesistenti e che hanno brillato per la loro reticenza da entrambi i fronti, per una sorta di tacito accordo. E morti ce ne sono molti nella guerra civile irachena ed è facile affermare che ce ne saranno molti, troppi ancora, nel breve e medio periodo in tutta la zona medio orientale. Ed è anche evidente che nulla può mai tornare alle situazioni precedenti, neppure nelle vite individuali, soprattutto quando sono intervenuti fatti traumatici, com'è nel caso di una guerra. Ma, in questo caso, il “ritorno” in realtà c'è già stato, se si vuole intendere con questo concetto la reversibilità di una situazione che non necessariamente riporta allo statu qua ante, ma che riconduce alla “normalità” relativa, rispetto all'“eccezionalità” prodotta dalla guerra. Bisogna aggiungere, anzi, che questo “ritorno” era stato progettato, programmato e previsto sin dalla “partenza”, almeno dagli strateghi del Nuovo Ordine Mondiale e l'errore fatale di Saddam, ubriacatosi con le immagini di sé e della sua “potenza” che egli stesso produceva e che venivano rinviate come in un labirinto di specchi, e troppo convinto del suo buon diritto a richiedere una tangente ai suoi protettori e fornitori, è stato proprio questo: non aver compreso che il “ritorno” era stato già preventivato e deciso, di modo che le sue minacce anche estreme erano già state calcolate, e si sono sgonfiate come un miserabile bluff. Il “ritorno” significa in concreto il riassetto del Medio Oriente in modo più “giusto”, cioè più compatibile con le esigenze internazionali non più soggette al bipolarismo e quindi con un' adeguata ridefinizione dei ruoli e degli ambiti: potenze, governi, popoli. Saddam stesso potrà salvarsi, ridimensionato, o crollare, ma questo è in fondo irrilevante. Quello che appare certo è che tutte le modificazioni in quella regione dovranno venire controllate: questo il ritorno dall'avventura.

Eccoci al primo punto degno di riflessione: il tono volutamente apocalittico usato dal pontefice, e mantenuto anche in seguito, non solo è stato smentito dai fatti, ma ha contribuito ad oscurare lo scenario reale e quindi ad occultare le cause storiche e materiali della guerra. La guerra, che è un male evidente, è stata interpretata e proposta come un Male astorico, decontestualizzato, le cui cause rimangono per lo meno nebulose e astratte; mentre la pace, che è evidentemente un bene, è divenuto il Bene assoluto, con l'ovvio corollario del rispetto dell'ordine costituito affinché questo bene si conservi. Il richiamo a valori umani generici, indefiniti ma universali (non per nulla “cattolico” etimologicamente vuol dire universale) ha teso a devalorizzare ed a designificare i conflitti reali (tra classi sociali, tra dominanti e dominati, tra economie ed interessi di differenti paesi, etnici ecc.) e ad esaltare la centralità dello spirito religioso, unico messaggio degno, perché trascendente, di sussumere e conciliare ogni contrasto, ciò che restituisce alla chiesa non solo un potere spirituale sui suoi fedeli, ma anche quello temporale, in quanto unica capace di una politica non contingente, interclassista, internazionale, interrazziale ecc. Ma, in senso laico, l'idea del Nuovo Ordine Mondiale non è poi diversa, anche se i suoi fautori si vedono spesso “costretti” a ricorrere a strumenti bellici, naturalmente per rafforzare ed incrementare la pace. Vi si ritrova la stessa aspirazione ad eternizzare il presente che sicuramente “progredirà”, ma all'interno di un ordine fisso ed immutabile, naturale, politico, sociale o divino che sia. Il papa stesso, nel discorso pasquale Urbi et orbi, ha sottolineato la necessità di un ordine internazionale, però nella giustizia e nel rispetto delle esigenze dei vari popoli (ha citato curdi, palestinesi ecc.).

Il secondo punto di riflessione è per l'appunto questo: la giustizia. Nel momento dell'interruzione del conflitto, il papa ha espresso il suo “sollievo” per il cessate-il-fuoco (di certo un po' diverso da quello che deve aver provato la gente quotidianamente bombardata, da qualunque parte fosse), ma si è anche reso conto che la difesa della pace come bene assoluto, in sé, non poteva celare l'esistenza dei conflitti e dei contenziosi irrisolti. Ecco dunque la formula della “pace giusta”, con il corollario tautologico “che non può esservi pace se non vi è giustizia”. Com'è per tutte le asserzioni in cui il predicato non fa che ribadire e rafforzare quanto espresso dal soggetto, anche questa possiede un suo fascino e, francamente, non credo che si possa formalmente dissentire. Non si è mai saputo di qualcuno che a priori abbia sostenuto di muoversi per ragioni ingiuste o addirittura di desiderare il trionfo dell'ingiustizia. Ma il concetto di giustizia è relativo, opinabile, legato a specifici interessi. La sola giustizia che si vede concretamente amministrata è quella imposta da chi detiene il potere e che possiede, nel momento dato, la forza materiale (militare, economica, ideologica ecc.) per attuarla. Le leggi locali, il diritto internazionale, la spartizione di territori, la delimitazione di confini, la regolamentazioni dei rapporti lavorativi e sociali ecc. attengono alla giustizia solo ed esclusivamente se intesa in questo preciso senso. D'altronde la stessa giustizia divina è per sua natura imperscrutabile ed inconoscibili sono i suoi fini, per definizione. Sicché neppure il papa può pensare ad una giustizia superiore come parametro e criterio della giustizia terrena, a meno di non voler riproporre un modello di “città di dio” universale, a cui manco il più attivo degli integralisti oserebbe dar credito, se compos sui.

Né chiarisce alcuna questione coniugare, come si fa in simili circostanze, la pace alla giustizia, insaporendole entrambe con la libertà. Tutto rimane astratto, indefinito, che conferma ciò che invece è concreto e definito. Infatti, l'appello alla giustizia è un invito ai governanti ad usare maggiori criteri di misura nell'esercizio del governo stesso. La libertà è quel limite di tolleranza e di decenza che nessun governo deve superare, pena correre il rischio di venir messo in discussione, cosa che, se è pericolosa in sé, può diventare letale quando si tratta di un governo che si pretende mondiale. La religione ancora una volta corre in soccorso al regno. In questo caso, consigliando e sconsigliando, per poter legittimare moralmente l'esistenza dello Stato e degli Stati. E il Nuovo Ordine Mondiale.

Di tutto ciò non sarebbe valsa la pensa di occuparsi se grande parte del pacifismo, tranne alcune eccezioni, non si fosse schierata, almeno in Italia, sotto questi vessilli papali ed al riparo di queste formule generiche, oggettivamente ostili a qualsiasi forma di trasformazione, specie se radicale. La vera sconfitta del pacifismo italiano è stata proprio questa: di non essere stato mai realmente anticapitalista ed antistatale, fatte sempre le debite eccezioni. Sicché le critiche di “unilateralità” avanzate dai bellicisti, assolutamente false e ridicole nello specifico (nessuno era o poteva trovarsi schierato a favore di Saddam), paradossalmente contenevano uno spunto di verità: l'unilateralismo consisteva nell' essere per la pace in sé e per sé, per una pace “giusta” senza alcuna determinazione, per un antimilitarismo (quando c'era, visto che molti, pur essendo” contro la guerra”, sentivano il bisogno di solidarizzare con i “ragazzi” che stavano nel Golfo) generico e di nessuna efficacia se scollegato da una critica sociale complessiva, di cui la critica agli eserciti ed alla guerra è parte. Il dissenso, quindi, è rimasto all'interno dello spettacolo delle opinioni, almeno nella sua maggior parte, senza pertanto costituire né un pericolo immediato per l'amministrazione statale né, soprattutto, una forza per inceppare il meccanismo bellico e fornire una base effettiva ad uno sviluppo teorico e pratico successivo, oltre e dopo la guerra del Golfo.

In attesa della pace giusta o di quella eterna.

Sull'opposizione preventiva

La guerra era annunciata. La si annusava nell' aria, la si vedeva nelle immagini iterativamente trasmesse, la si leggeva sulle pagine dei giornali, la si ascoltava per le strade. Tuttavia, quando si è manifestata clamorosamente, con il clamore delle armi, le forze del dissenso, i fronti antiguerra, i movimenti pacifisti ed antimilitaristi sono apparsi tanto sovreccitati quanto confusi. Da questa confusione spesso non sono rimasti estranei neppure gli elementi che si pretendono più radicali, antistatali ed anticapitalisti. Soprattutto riguardo alle opzioni possibili, agli atti concreti da sviluppare contro la guerra, al di là delle manifestazioni di piazza talora anche moltitudinarie ma giocoforza per lo più limitate e simboliche.

La guerra fa paura, non c'è dubbio, la guerra violenta qualsiasi vincolo umano, è evidente. Su questa base minima l'accordo può essere massimo. Ma si tratta per l'appunto di una base minima, che lascia irrisolte troppe questioni. È allora importante esaminare le proposte pratiche che sono state avanzate, che ambivano ad assumere una valenza paradigmatica e generalizzabile, anche se il concreto svolgimento dei fatti bellici le ha quasi immediatamente vanificate o superate. Risulta nondimeno interessante rifletterci, perché un cessate-il-fuoco, e neppure definitivo, non liquida il problema della guerra in quanto tale e tanto meno quello delle forze militari degli Stati.

La proposta più diffusa dal fronte pacifista è stata quella di invitare all' obiezione di coscienza. Essa è venuta soprattutto da movimenti di ispirazione cristiana o noviolenta (di matrice gandhiana o ecologista, per esempio) nonché da vasti settori della “sinistra democratica”.

Questa posizione, al di là della sua condivisibilità o meno, è dichiaratamente debole di fronte ad una guerra in corso, e per tutta una serie di ragioni.

Anzitutto, l'obiezione di coscienza, riconosciuta da tutti i paesi democratici come servizio civile sostitutivo di quello militare, è il portato di scelte squisitamente individuali, personali, che possono variare da quelle di tipo religioso a quelle umanitarie, da quelle “utilitaristiche” a quelle genericamente nonviolente ed antimilitariste. Assai di rado nasce da opzioni politiche in qualche misura radicali, dato che l'obiettore si rifiuta di impugnare le armi ma non di adempiere agli ordini dello Stato, la cui autorità non viene messa in discussione. Proprio perché individuale, coscienziale, questa soluzione non è di per sé generalizzabile né si caratterizza come palese ribellione contro lo Stato e, nella fattispecie, contro uno Stato che è entrato in guerra.

Di fatto, l'obiezione di coscienza non incide per nulla sullo stato di guerra. A parte che, per venire accettata, dev'essere antecedente all' arruolamento (e dunque, per poter incidere in qualche modo, dovrebbero concorrere dei fattori così eccezionali da risultare del tutto improbabili: una guerra di anni ed anni; l'invio al fronte dei soldati di leva; una generalizzazione significativa dell'obiezione), si è che all'obiettore viene consentito di non usare armi, di non svolgere l'usuale servizio militare, ma non certo di non sottomettere il suo tempo allo Stato. Così, in una situazione bellica, agli obiettori non verrebbe imposto di combattere, ma potrebbero benissimo venir impiegati in “servizi civili”, peraltro utili e magari al fronte — come salmerie, come cucinieri, nei centri ospedalieri, addirittura come disinnescatori di mine o becchini. Vada sé che ciò non solo non impedisce una guerra, ma neppure ne ritarda lo sviluppo o ne limita le conseguenze.

Infine, ed è l'ultima argomentazione in merito, se un'obiezione di coscienza generalizzata — e nelle improbabili condizioni citate sopra — potrebbe creare qualche problema a quegli Stati in cui la coscrizione è ancora obbligatoria, sarebbe stata del tutto irrilevante nella guerra del Golfo, per il semplice fatto che le due potenze che vi si sono maggiormente impegnate, cioè gli USA in primis e la Gran Bretagna in subordine, si sono, al pari del Canada, dotate già da tempo di un esercito professionale, cioè non di leva, e che altre, come Francia ed Italia, hanno spedito soltanto volontari e professionisti ed infatti assai sinistra è parsa la riapparizione della “mitica” Legione straniera francese. Diversa è la situazione negli Stati arabi, ma cosi variegata che meriterebbe uno studio a parte.

Si può concludere, dunque, che di fronte ad una guerra, ed in particolare ad una guerra come quella del Golfo, un incremento del numero fisiologico degli obiettori di coscienza può essere al massimo un “messaggio” lanciato allo Stato, con un valore simbolico e testimoniale, che tuttavia non pesa affatto sulla guerra stessa.

Alquanto diverso è il discorso riguardo all'obiezione totale di coscienza, cioè al rifiuto non solo di impugnare un' arma, ma anche di svolgere qualsiasi servizio sostitutivo. È, insomma, il rifiuto dell' autorità dello Stato, quasi sempre con radici politiche (talvolta religiose, come per i Testimoni di Geova). Naturalmente, per un simile rifiuto vengono previste delle sanzioni penali ed il carcere militare. Anche l'obiezione totale dev'essere anteriore all' arruolamento e, almeno in Italia, le pene contemplate sono relativamente “leggere”, più o meno omologabili a quelle imposte per la renitenza alla leva. Non per nulla questo (dell' obiezione totale) era il suggerimento avanzato da taluni, qualora l'Italia avesse deciso di inviare nel Golfo anche soldati di leva e non solo professionisti e volontari, dato che l'Italia non è mai entrata formalmente in guerra (in verità, nessun paese ha dichiarato ufficialmente guerra ad un altro o ad altri, in questo frangente) e dunque vigente rimaneva il codice militare del tempo di pace.

Sull'obiezione totale, sicuramente la più significativa e radicale, rimangono sospesi due punti interrogativi. Il primo: come si regolerebbe lo Stato in caso di massificazione (anche in tempo di pace) del fenomeno e se non avesse già istituito un efficiente esercito professionale? Tutti conosciamo la disinvoltura statale nell' approntare nel giro di poche ore leggi, leggine o decreti che rovesciano del tutto la regolamentazione precedente e, nel caso di una massificazione, sono pensabili degli inasprimenti delle sanzioni. Ne consegue logicamente che l'obiezione totale ha da proporsi come forma di lotta specifica antistatale — in ciò assai distante dal pacifismo e dalla nonviolenza pura e semplice -, quindi preventiva rispetto ad uno stato di guerra ed in stretta connessione con i movimenti più radicali, sia per quanto riguarda la diffusione delle tesi sia per quel che concerne la resistenza antirepressiva. Il secondo è: come reagirebbe lo Stato all' obiezione totale se fosse coinvolto in una guerra dichiarata, completa, per la quale non fossero sufficienti i professionisti ed i volontari? L'Italia, per esempio, per entrare in guerra, in una guerra formalizzata, dovrebbe addirittura modificare degli articoli della sua Costituzione ed in un caso simile, che francamente appare assai remoto, ed ovviamente instaurandosi il codice militare di guerra, che tuttora in Italia contempla la pena di morte, non verrebbe fornita alcuna garanzia (per esempio, l'incarcerazione per tutto il periodo bellico) agli obiettori totali, specie se in rapida moltiplicazione, che molto probabilmente verrebbero trattati alla stregua dei disertori in tempo di guerra. Anche da questa ipotesi discende la conseguenza che soltanto un movimento radicale può avere la forza per resistere e per imporsi e che dunque l'obiezione totale può avere un suo peso e valore essenzialmente se esercitata in maniera previa, già in tempo di pace, se propagandata, diffusa, massificata, generalizzata.

Ma, come si è accennato, l'obiezione — sia con l'accettazione di un servizio sostitutivo, sia totale — è possibile soltanto prima dell' arruolamento del cittadino-soldato. Dopo c'è la diserzione. Che se è limitata, e dunque punita non eccessivamente, in tempo di pace, può assumere delle connotazioni tutt'affatto diverse nel corso di una guerra. Non a caso, l'invito alla (e la pratica della) diserzione ha sempre costituito il nocciolo forte dell' attitudine rivoluzionaria contro la guerra e per la sua trasformazione in guerra sociale. Infatti il disertore, specie se in prima linea e con un forte rigetto del massacro guerresco, tende a rivoltare le armi contro chi lo comanda, non foss'altro che per autodifesa (i disertori al fronte sono sempre stati fucilati senza esitazioni) ed evidentemente questi gruppi armati, socialmente radicati, possono costituire, ed hanno storicamente costituito, l'embrione di una rivolta sociale all'interno dello stesso Stato belligerante.

Molto bene ha fatto Paolo Virno (in La Talpa de “Il Manifesto”, 24.1.1991) a ripercorrere lucidamente il senso storico e significante della diserzione, ponendo in chiaro la distanza oggettiva e di condotta che separa l'obiezione di coscienza privata dalla diserzione, che è comunque un fatto pubblico, una rottura dell'ordine statuale. Non riassumo qui le sue argomentazioni, che in buona parte condivido, e che in sostanza riaffermano il diritto alla resistenza allo Stato, e contro di esso, da parte del cittadino. Voglio però aggiungere due considerazioni non marginali.

La diserzione stricto sensu ed anche nella sua forma estrema (vale a dire, non soltanto scapparsene a casa, se possibile, e quindi rifiutarsi alla guerra, ma addirittura rivolgere le armi contro gli ufficiali in maniera spontaneamente organizzata) riguarda esclusivamente il soldato che, al massimo, può ricevere appoggio e solidarietà dalla popolazione, sotto forma di nascondigli, abiti civili, vitto ecc. Ma oggi è la “natura” stessa del soldato ad essere cambiata, come sono cambiate le guerre, e non per caso quest'ultima è stata definita operazione di polizia internazionale. Il soldato è divenuto sempre più un professionista, spesso con buone capacità e conoscenze tecniche, come tende a diventare il suo omologo nazionale, il poliziotto. In guerra e fra gli eserciti “evoluti” è difficile incontrare l'infelice che è stato strappato alle sue attività quotidiane e sbattuto a combattere, che, quando vede e capisce i sensi, i meccanismi, gli effetti della guerra, può provare un moto di intima ripulsa che lo può condurre sino alla ribellione aperta. Gli eserciti, come tutto nella società contemporanea, tendono ad essere appannaggio degli specialisti. È possibile, certo, che dei professionisti si ribellino, prendano le distanze da chi li comanda, che si organizzino contro costoro, ma bisogna riconoscere che è un fatto improbabile se non in condizioni eccezionali (e per un militare la guerra non riveste quel carattere di eccezionalità che possiede per l'uomo comune).

Un “buon” soldato moderno segue corsi di ammaestramento e, poi, di aggiornamento continuo, a cui ovviamente non sono estranei l'indottrinamento ideologico ed il condizionamento psicologico. Viene retribuito nettamente al di sopra della media ed è portato a stabilire con i suoi commilitoni quello “spirito di corpo” che da sempre i generali hanno auspicato e preteso (al pari degli allenatori di basket o di foot-ball, peraltro!). Risulta molto difficile, quindi, che il militare professionalizzato dismetta il suo proprio ruolo, ponendo così in discussione non solo se stesso, ma chi lo comanda, chi l'ha arruolato, lo Stato stesso e, in sintesi, il sistema nel suo insieme. Ciò può avvenire solo in presenza di eventi particolarissimi o di fronte ad uno stravolgimento sociale, morale, culturale del quadro complessivo tale da far vacillare ruoli e convinzioni precedenti.

Questo astrattamente vale per tutti gli specialisti e per tutti i ruoli sociali, eppure questa “diserzione” non solo è possibile ma è anche un passaggio obbligato per la trasformazione radicale dell' assetto societario, dopo la frammentazione delle classi, la stratificazione dei ceti e dei ruoli, ma, in concreto, lo specialista bellico sembra il meno indicato, soprattutto in una situazione di guerra reale, ad iniziare questo “tradimento” del suo còmpito in senso sovversivo.

È pur vero, come le analisi sociologiche ci hanno mostrato, che buona parte dei “mercenari” proviene dai ceti più bassi o dai soggetti più” a rischio”, che nell' esercito trovano accoglienza, specializzazione e, soprattutto, un' elevata retribuzione. Nell' esercito USA il numero dei neri, rispetto ai bianchi, è proporzionalmente assai più elevato riguardo alla società civile; buona parte delle soldatesse sono ragazze-madri o comunque destinate alla disoccupazione; la percentuale di cattolici (dunque di matrice italiana, irlandese, ispanica ecc.) è smisuratamente superiore al rapporto nazionale, proprio perché in queste comunità redditi, istruzione, possibilità lavorative, impieghi stabili sono più bassi; per contro, ovviamente, il numero di Wasp (cioè bianchi, protestanti e di origine anglosassone) è inferiore nell' esercito rispetto alla media nazionale e soprattutto essi sono inseriti nei livelli intermedi o nei gradi più alti e specializzati. Ma da questo esame della composizione sociale degli eserciti professionali sarebbe gravemente erroneo ed illusorio ipotizzare una possibile sorta di “lotta di classe” all'interno del corpo militare. Ciò non soltanto per lo “spirito di corpo” di cui si è detto, né per il cemento ideologico-patriottardo, che pure esiste (la patria, anche se progressivamente devalorizzata di senso, continua ad esercitare una funzione simbolica, di autoidentificazione), ma soprattutto per la valutazione dei vantaggi e della limitatezza dei rischi che compie colui che sceglie la carriera militare.

Infatti, chi si arruola in un esercito professionale sa di dover condurre, almeno per determinati periodi, un'esistenza abbastanza dura, fatto che tuttavia viene compensato da salari assai superiori a quelli che gli competerebbero nella vite civile, semre che trovi lavoro, dall' apprendimento di tecniche e tecnologie che, in un momento successivo, gli torneranno professionalmente utili anche fuori dall' esercito, consentendogli così una posizione sociale più elevata, dalle garanzie e rassicurazioni che gli offre l'organizzazione statale da cui dipende. Ma soprattutto è convinto che le possibilità di guerra sono limitate e che, anche quando si danno, la forza del “suo” esercito è tale da ridurre al minimo il suo concreto pericolo di morte. (In questo senso, la guerra del Golfo è stata una grandiosa autopubblicità degli eserciti professionalizzati e specializzati; il numero di morti fra gli “alleati” è stato bassissimo, di molto inferiore alla media dei morti per “normali” incidenti di lavoro ed irrisorio rispetto al numero di morti violente nella vita quotidiana — nei week-end, per aggressioni stradali ecc.).

Per tutto ciò la rivolta di questi proletari o proletarizzati in via di ascesa sociale è assai problematica, se non impossibile, anche e soprattutto in tempo di guerra. Cioè di operazioni di polizia internazionale.

Anche i poliziotti, i carabinieri ed altri “tutori dell'ordine” provengono in maggioranza, per quanto riguarda i livelli più bassi, da ceti disagiati o da zone dove la disoccupazione è più forte. Ma questi “figli del popolo” (secondo la celebre definizione di Pier Paolo Pasolini che, nel '68, tentò una demenziale loro esaltazione, contrapponendoli agli studenti rivoltosi ma “benestanti”!) proprio perché, rivestiti da un'uniforme ed investiti di una funzione di relativo potere, si sentono in qualche modo sulla via del “riscatto” individuale e sociale, sono di norma i peggiori, i più crudeli, i più opportunisti. È ben difficile ipotizzare delle loro ribellioni a chi li comanda, anche quando sono chiamati a delle azioni di pesante violenza, com'è negli scontri di piazza, ma anche nel cerimoniale corrente di arresti e interrogatori “movimentati”.

Quindi l'invito alla diserzione ai militari, ormai assimilabili ai poliziotti seppur su scala mondiale, sembra un esercizio retorico, una forma di estremismo verbale, poiché cozza contro l'iperspecializzazione e la professionalizzazione che si sono dati e sempre più si stanno dando gli eserciti contemporanei, almeno nei paesi “sviluppati”.

Ma vi è un'altra considerazione importante, che discende immediatamente da queste. Nella complessificazione e differenziazione sociale esistente, solo una piccolissima porzione di società va in guerra, mentre è l'intera società a venirne investita: come paura, come clima, come spettacolo, come effetti economici ed ecologici, come invito alla partecipazione indiretta eccetera. Paradossalmente, mentre un sempre minor numero di soggetti attivi (militari e militarizzati) viene coinvolto, del pari tutti ne risultano implicati e costretti a “schierarsi”, non foss'altro che per la forza suggestiva e mediatica dello spettacolo.

Allora l'invito alla diserzione deve giocoforza venir rivolto a tutti. Ma disertare da che? Dal rimanere inchiodati davanti ad uno schermo televisivo, dal comperare i giornali, dato che la guerra viene sostanzialmente mostrata, trasmessa? Né francamente sembra che “disertare” dal pagamento delle tasse, che servono allo Stato e dunque finanziano l'esercito, sia una proposta valida per bloccare una guerra, anche se da qualche parte è stata avanzata. Né le manifestazioni di piazza contro la guerra, che pure possono determinare, attraverso le loro pressioni, dei mutamenti nelle scelte dei partiti e dei governi, le si può considerare come delle forme di diserzione, poiché in realtà sono delle forme di partecipazione, seppure contro. Se non assumono il carattere di vere e proprie sommosse — cosa estremamente improbabile, specie se la guerra è fisicamente lontana, anche se indirettamente vissuta — influiscono poco sulle scelte statali di fondo, come si è visto in occasione della guerra del Golfo. Dal che sono nate le frustrazioni attuali dei movimenti pacifisti. Mi pare, quindi, che anche la diserzione debba essere preventiva, nel senso di un rifiuto costante delle regole statali, della sottomissione ad esse, della delega alle istituzioni.

Per concludere questa sorta di rassegna analitica, è giusto aggiungere qualche breve nota sull'invito al sabotaggio, proposto da settori limitatissimi del movimento contro la guerra, ed alla formula “guerra alla guerra.

Il sabotaggio da sempre è stato, e talvolta con efficacia, uno strumento di difesa da qualcosa o di attacco contro qualcosa. Nel primo caso, l'esempio più chiaro è quello del sabotaggio in fabbrica esercitato dagli operai per difendersi dall' aumento dei carichi di lavoro, dall'accelerazione dei ritmi produttivi ecc. Nel secondo, gli esempi più emblematici possono essere gli attacchi contro i rifornimenti energetici di centrali nucleari o la diffusione di “virus” nell'informatica: sono sabotaggi contro qualcosa. Ma si ritorna daccapo. Nel momento di una guerra in corso, dove i controlli assumono caratteristiche prettamente militari, il sabotaggio sembra scarsamente praticabile e soprattutto con irrisorie possibilità di incidere sulla guerra stessa. Soprattutto perché gli armamenti già ci sono e dunque soltanto in una guerra di grande impegno e di lunga durata il sabotaggio può avere il suo peso, se esercitato da chi è direttamente coinvolto nella produzione bellica, nel controllo informatico, nella veicolazione informativa e spettacolare. Vada sé che si tratta di uno scenario talmente improbabile da risultare irrealistico. Né si può assimilare al concetto di sabotaggio il dissenso violento alla guerra. Mi riferisco a quelle azioni che si sono avute in Europa e che hanno avuto carattere prettamente simbolico: molotov contro insediamenti militari, commerciali, aerei, turistici o culturali di qualche paese implicato nella guerra. Il carattere simbolico è stato evidente, né, di fatto e letteralmente, queste azioni hanno bloccato alcunché della macchina statale e bellica. E ritengo peraltro che questo fosse il loro fine: esprimere un violento dissenso. (Per inciso, va rilevato con soddisfazione che nonostante la campagna pubblica di indiretto incitamento al terrorismo, questo fenomeno non si sia dato, almeno nella maggioranza dei casi e dei paesi. Lo stillicidio di azioni di cui dicevo sopra nulla ha che vedere con il terrorismo e laddove vi sono stati episodi di questo tipo — penso al Perù, per esempio — essi si inseriscono nello scontro armato che lì si sta svolgendo. È stata una significativa sconfitta dello Stato, che sul terrorismo lucra, e dello spettacolo, esso si terrorista. Quindi, anche per il sabotaggio, si può concludere che può avere una sua rilevanza soltanto nella misura in cui si pone come opposizione preventiva generalizzata al sistema capitalista ed al dominio statale, mentre risulta poco utilizzabile ed inefficace in una situazione di guerra.

“Guerra alla guerra” è uno slogan suggestivo; rimanda sostanzialmente alla possibilità di trasformare una guerra decisa dallo Stato in una guerra sociale. Non ripeterò certo le argomentazioni sin qui svolte, ma mi pare evidente che, al di là del fascino ideologico, questa formulazione rischia di essere priva di contenuti reali di fronte ad una guerra neomoderna, ad una operazione di polizia. La sua unica valenza positiva consiste nell'opporsi ad un pacifismo umanitarista e generico che nulla modifica delle condizioni sociali esistenti, né dei rapporti di autorità e potere. La sua pecca sta nell' assenza dei soggetti di questo rovesciamento e dunque nel suo carattere prettamente ideologico. La guerra alla guerra, per avere un senso, deve essere una guerra alle cause che spingono gli Stati alle guerre; quindi un' opposizione radicale alla società delle merci e dello spettacolo, dello Stato come detentore dell'autorità e della forza, al lavoro, alla vita quotidiana com'è regolamentata.

Che si tratti di obiezione totale di coscienza, di diserzione generalizzata dai ruoli e dallo Stato, di sabotaggio della sopravvivenza corrente, di guerra al potere, è illusorio sperare nell'effetto esplosivo e moltiplicatore dato da una guerra realmente guerreggiata.

È invece questione di tutti i giorni, di una opposizione materiale costante.

Torino-Firenze, febbraio-aprile 1991.