Qualche riflessione sull’ultima guerra

Agosto 2014, Temps critiques

Titolo originale: Quelques points décisifs révélés par la dernière guerre

articolo estratto da : Anarchismo #68


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Per i paesi domi­nanti le guerre non sono più con­dotte da un punto di vista nazio­nale in quanto non ci sono più ter­ri­tori da difen­dere contro un nemico estero dopo la fine della poli­tica dei bloc­chi. Inol­tre, l’uni­ver­salità del capi­tale e la “libera” cir­co­la­zione degli uomini hanno da lungo tempo vio­lato I’“inte­grità” nazio­nale. Ciò non vuol dire che non vi siano più inte­ressi nazio­nali ma che quest’ultimi s’ins­cri­vono diret­ta­mente in una logica mon­diale che li subor­dina. Così accade per la posizione della Fran­cia. Dopo avere ten­tato d’affer­mare, col pro­prio Stato, una posizione par­ti­co­lare, nazio­nale, essa si è alli­neata all’Ame­rica in nome dei supe­riori inte­ressi della ripro­du­zione d’insieme del sis­tema capi­ta­li­sta. E tanto peggio per i suoi inte­ressi nel Medio Oriente.

L’Ame­rica, per quel che la riguarda. esprime in un modo del tutto con­giun­tu­rale e ins­ta­bile la coin­ci­denza tra i suoi inte­ressi par­ti­co­lari di nazione e gli inte­ressi gene­rali del sis­tema. Nella situa­zione pre­ce­dente, l’impe­ria­li­smo ame­ri­cano impo­neva a nome dei suoi inte­ressi nazio­nali la mon­dia­liz­za­zione del sis­tema capi­tale-sala­riato. Dato che attual­mente lo stadio rag­giunto da questa mon­dia­liz­za­zione (uni­fi­ca­zione del sis­tema), al quale par­te­ci­pano tutti i paesi domi­nanti, attri­bui­sce all’Ame­rica un ruolo di difen­sore del sis­tema glo­bale in rap­porto alle pos­s­ibili des­ta­bi­liz­za­zioni dei par­ti­co­la­ri­smi nazio­nali, stret­ta­mente par­lando,non c’è più alcun impe­ria­li­smo ame­ri­cano. La volontà ame­ri­cana di gerar­chiz­zare l’orga­niz­za­zione del mondo a pro­prio pro­fitto dipende dal con­vin­ci­mento di quanto la sua posizione sia fra­gile e tem­po­ra­nea. E in questo senso, si può dire che la guerra è stata anche per essa un ten­ta­tivo di sta­bi­liz­zare questa posizione pre­ca­ria, una tregua.

Anche se i ter­mini oppo­sti: “Nord-Sud”, “Centro-Peri­fe­ria”, “Paesi ricchi e Paesi poveri”, con­ser­vano un certo valore. almeno des­crit­tivo, essi sof­frono tutti del fatto di rife­rirsi ad una situa­zione supe­rata, quella della poli­tica dei bloc­chi. L’oppo­sizione tra paesi domi­nanti e paesi domi­nati sembra con­sen­tirà una migliore com­pren­sione del nuovo scac­chiere mon­diale. Si pos­s­ono repe­rire due tipi di paesi domi­nanti che pos­s­ono essere defi­niti:

– come quelli in cui il livello eco­no­mico e i cam­bia­menti tec­no­lo­gici, espressi social­mente dal con­senso interno. ass­icu­rano una certa pace sociale (paesi occi­den­tali, Giap­pone);

– come quelli in cui il potere, quale che sia, deter­mi­nato dalle con­trad­di­zioni rela­tive allo sfrut­ta­mento del lavoro. con­sente una poli­tica non esclu­siva­mente diretta verso l’interno. par­te­ci­pando, al loro livello. allo scac­chiere del mondo (Siria, Iraq, Israele, Arabia Sau­dita, Tur­chia).

Il caso dell’ex URSS è stato ati­pico ma molto chia­ri­fi­ca­tore per quel che con­cerne il domi­nio moderno. Si trat­tava di un paese domi­nante che ad un certo momento non aveva più i mezzi per il suo domi­nio. La storia par­ti­co­lare delle sue lotte di classe non aveva for­nito le basi neces­s­arie al fis­s­arsi del con­senso né per­met­teva cor­re­la­ti­va­mente la decen­tra­liz­za­zione delle deci­sioni eco­no­mi­che e poli­ti­che e lo svi­luppo di un livello di con­sumi neces­s­ario alle grandi tra­s­for­ma­zioni tec­no­lo­gi­che. L’ex URSS aveva si una tec­no­lo­gia di punta ma la sua chiu­sura nel com­plesso mili­tare e indu­s­triale non per­met­teva il pas­s­ag­gio allo stadio supe­riore, cioè la sua dif­fu­sione nel corpo sociale, con­di­zione di un “pro­gresso” d’insieme che resta appan­nag­gio dei paesi occi­den­tali e del Giap­pone (minia­tu­riz­za­zione infor­ma­tica, inter­con­nes­s­ione dei set­tori. socia­liz­za­zione allar­gata della ricerca e dei mezzi auto­ma­tiz­zati di pro­du­zione).

Quindi, nei paesi indu­s­triali, nazio­na­li­smo e patriot­ti­smo non sono più le armi ideo­lo­gi­che ade­guate alla cos­ti­tu­zione d’una forza di guerra e al suo sos­te­gno in seno alla società. Negli Stati Uniti le mani­fe­s­ta­zioni nazio­na­li­ste sono res­tate ess­en­zial­mente a livello dei media. In Fran­cia i nazio­na­li­sti del FN, del PCF e di certe cor­renti del PS sono state contro la “guerra del Golfo”. La loro oppo­sizione non aveva altro signi­fi­cato che quelle del rifiuto panico dell’inter­na­zio­na­liz­za­zione. L’uni­ver­saliz­za­zione sel­vag­gia del capi­tale e del sala­riato li supera non perché essi cri­ti­cano i suoi carat­teri sel­vaggi, ma perché scuote la miopia del loro punto di vista. I governi, che de parte loro hanno paura del vuoto ideo­lo­gico che si è venuto così a creare, non pos­s­ono che coprire anch’essi gli scopi reali delle loro azioni. La “tra­s­pa­renza” non è chie­sta che agli altri, per sé ci si con­tenta d’affer­mare come arma ass­oluta ad uso dell’opi­nione, l’ideo­lo­gia uni­ver­sale dei diritti dell’uomo.

Ucci­dere per la patria implica la pas­s­ione (che il sangue impuro inzuppi i nostri campi) e il fatto di ass­umere la res­pon­sabi­lità di pos­s­ibili eccessi. Ucci­dere per i diritti dell’uomo richiede una padro­nanza di sé, l'inter­vento pulito al posto della sporca guerra, la dis­tanza e non il con­tatto. Questa astra­zione trova la sua misura nella guerra tec­no­lo­gica che neces­s­ita della stessa pas­s­ività del lavoro moderno e del con­sumo.

La società del capi­tale uni­fi­cato e la guerra clas­s­ica sono com­ple­ta­mente anti­no­mici perché questa società è quella degli inte­ressi capiti bene dove il prin­ci­pio della vita eretto come bene ass­oluto (“meglio rossi che morti - dice­vano i gio­vani tede­s­chi) ha sos­ti­tuito la vita stessa. Nessun governo occi­den­tale è stato tanto pazzo da andare contra questa nuova forma di diser­zione civile, forma tanto più forte e peri­co­losa, per gli Stati, quanto più resta muta. In Fran­cia, ciò ha con­dotto i socia­li­sti a dimen­ti­care Jaurès e il suo eser­cito del popolo e a impe­gnarsi a non man­dare un solo sol­dato di leva nel Golfo.

É il prin­ci­pio di realtà che impone la sua legge. Anche se ci si oppone allo sca­te­na­mento della guerra, se questo ha luogo, si sarà sempre favo­re­voli a farla ter­mi­nare al più presto. Di più, perché è senza dubbio una grande occa­sione per far cogliere ad una parte impor­tante delle popo­la­zioni occi­den­tali il senso della pro­pria situa­zione nell’ordine mon­diale attra­verso la crisi di una posizione bene­s­tante (ines­s­en­zia­liz­za­zione della forza lavoro, impasse eco­lo­gico, ecc.). É questa crisi che pro­duce in una volta la cos­cienza della pro­pria posizione, il pro­prio irri­gi­di­mento e l’abban­dono delle illu­sioni su di una pos­s­ibile divi­sione delle ric­chezze a livello mon­diale.

La media­tiz­za­zione tota­li­ta­ria di questa guerra attuata dal mer­cato mon­diale dell’imma­gine ha man­te­nuto tutti in una con­di­zione di grande dipen­denza riguardo l’avve­ni­mento. L’auto­no­mia di tutti i movi­menti contro la guerra si è rive­lata per quella che era: un’auto­no­mia nella dipen­denza. Davanti all’impasse e all’inanità delle loro azioni, essi si tro­va­rono inca­te­nati all’evo­lu­zione del con­flitto, obbli­gati, in molti casi, a con­tare su di un incru­de­lirsi della guerra; alcuni aspet­tando l’inizio dell’offen­siva ter­re­s­tre, gli altri il richiamo al fronte delle forze di leva. In breve, si recla­mava una vera guerra per potersi avere al fine una vera lotta. Cer­tuno, pen­san­dosi più radi­cale, insis­teva negli appelli alla diser­zione – e ciò in ass­enza di sol­dati di leva – o sul rifiuto della “pace sociale”, per dimo­s­trare che non cadeva nella trap­pola, che la guerra non era peggio della pace, che l’una era la con­ti­nua­zione dell’altra con mezzi diversi, ma tutti non face­vano che espri­mere le debo­lezze teo­ri­che e pra­ti­che dei movi­menti cri­tici.

Le armi impie­gate in questa guerra mos­trano l’aspetto ridi­colo degli slogan rivo­lu­zio­nari. Questo aspetto data di già da Hiro­s­hima, ma le guerre locali di libe­ra­zione nazio­nale (Cuba, Alge­ria e soprat­tutto Viet­nam) con il loro cor­teg­gio mito­lo­gico ave­vano insidio­samente pro­dotto in cer­tuni l’idea che i popoli in lotta erano invin­ci­bili e che la fede o il corag­gio poteva sol­le­vare le mon­ta­gne. Alcuni l’hanno ancora cre­duto oggi, prin­ci­pal­mente nei paesi arabi dove la spe­ranza dello sca­te­narsi di una guerra ter­re­s­tre cor­ri­s­ponde al deside­rio di una guerra tra “uomini”. La guerra tec­no­lo­gica, nella misura in cui riduca il numero di uomini neces­s­ari al suo fun­zio­na­mento aumen­tando nello stesso tempo l’esigenza di qua­li­fi­ca­zione degli spe­cia­li­sti che impiega, priva di con­te­nuto i modelli sto­rici del pas­s­ag­gio dalla guerra alla guerra rivo­lu­zio­na­ria o guerra civile. La cos­cienza di questa situa­zione non è stata sempre espli­cita ma il carat­tere delle azioni contro la guerra, una certa riserva riguardo la vio­lenza espri­me­vano questo nuovo stato di fatto. Si aveva una cos­cienza impli­cita di queste tra­s­for­ma­zioni senza che ciò aprisse a nuove pro­s­pet­tive. In effetti la solu­zione delle con­trad­di­zioni tra­mite lo scon­tro diretto tra uomini è scom­parsa a causa del pre­do­mi­nio ine­vi­ta­bile della mate­ria­lità tec­nica. Ed è l’iden­ti­fi­ca­zione degli Stati con questa mate­ria­lità che ridà vigore alla poli­tica, nello stesso momento in cui vi è una crisi di quest’ultima come forma di rego­la­men­ta­zione dei rap­porti tra indi­vi­duo e Stato. Da cui la para­lisi degli indi­vi­dui davanti all’ampiezza del com­pito, davanti alla neces­sità di creare altre forze con­trad­dit­to­rie.