Dopo la rivoluzione del capitale

Note di presentazione

Luglio 2015, Jacques Wajnsztejn

Traduttore : Bruno Signorelli & Domizio

Titolo originale: Après la révolution du capital


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1. Il perché di una formula

Al di là del suo titolo un po’ pro­vo­ca­tore, quest’espres­sione rende conto del momento sto­rico in cui siamo, quello della dis­fatta dell’ultimo attacco rivo­lu­zio­na­rio mon­diale degli anni 60-70. Quest’attacco indi­cava il limite estremo del suo carat­tere clas­sista e pro­le­ta­rio soprat­tutto a par­tire dall’esem­pio dell’“autunno caldo ita­liano” (1969), contem­po­ra­nea­mente inclu­deva già la pre­tesa della rivo­lu­zione a titolo umano, la cri­tica del lavoro ed il sor­passo delle classi apparso in Francia nel Maggio 1968 e nel movi­mento del 1977 in Italia1.

Però questa dis­fatta non ha por­tato un vero feno­meno di contro rivo­lu­zione perché non c’era vera­mente rivo­lu­zione. Quello che è acca­duto, è un doppio movi­mento di ris­trut­tu­ra­zione di imprese e di “libe­ra­zione” di pra­ti­che sociali ed inter-indi­vi­duali come si fos­sero spez­zate subito tutte le bar­riere allo svi­luppo della società del capi­tale. Sono tutti i chia­vis­telli della vec­chia società bor­ghese che sono scop­piati, invece la società non è rimasta bor­ghese. Non lo era più dalle due guerre mon­diali, il for­dismo, il domi­nio reale del capi­tale; però i valori conser­va­tori per­du­ra­vano in quanto limiti alla rivo­lu­zione qual­siasi.

Quello che alcuni pre­sen­ta­vano allora come un “ricu­pero” del movi­mento del 1968 rap­pre­sen­tava infatti un ultimo balzo in avanti del capi­tale attra­verso una dia­let­tica della lotta di classe, espri­mendo carat­tere ope­ra­tivo della legge del valore e la cen­tra­liz­za­zione del lavoro e delle lotte attorno al lavoro (Lip ed alcune altre lotte attorno all’auto­ges­tione, la rivolta dei OS, le resis­tenze degli ultimi side­rur­gici e mina­tori).

È quello che cambia dalla fine degli anni 1980 dove la dina­mica del capi­tale non si col­loca più su questa dia­let­tica dei rap­porti di classi. La contrad­di­zione di classe è stata conglo­bata per­dendo il suo carat­tere anta­go­nis­tico. Se esis­tono ancora classi, esse esis­tono in quanto cate­go­rie socio­lo­gi­che o come fra­zioni che vanno fuori dalla pos­si­bi­lità di ricom­po­si­zione di classe (l’ipo­tesi ori­gi­nale dell’auto­no­mia ope­raia è caduta).

La crisi degli anni 1970 ricorda a tutti che i conflitti fra capi­tale e lavoro si col­lo­cano all’interno di un rap­porto sociale capi­ta­lista che si defi­nisce dalla dipen­denza reci­proca fra i due poli del rap­porto sociale a pres­cin­dere dal rap­porto di forza congiun­tu­rale. La dina­mica del capi­tale non nasce più a par­tire da questi anni, da questa conflit­tua­lità anta­go­nista, ma dal peso pre­pon­de­rante preso dal lavoro morto (soprat­tutto mac­chine) sul lavoro vivo (la forza lavoro) e dall’aggre­ga­zione delle tecno-scienze nel pro­cesso di pro­du­zione. L’ope­raio pro­dut­tivo tende a non essere il pro­dut­tore del valore ma piut­tosto un osta­colo o un limite a questo pro­cesso che chia­miamo “l’ines­sen­zia­liz­za­zione della forza di lavoro”. La pre­ca­rietà cres­ciuta della forza di lavoro non può dunque leg­gersi come una ricos­tru­zione dell’eser­cito indus­triale del lavoro teo­riz­zato da Marx, cioè come un feno­meno di pura pro­le­ta­riz­za­zione perché questa forza lavoro è poten­zial­mente “ecce­dente”. Il fatto che ci sia tras­fe­ri­mento di forza lavoro dal centro verso la peri­fe­ria, andando verso i paesi emer­genti, non infirma quest’ana­lisi. Innanzi tutto, se pren­diamo l’esem­pio emble­ma­tico della Cina, per qual­che milione di posti operai creati quante decine di milioni di conta­dini vanno ad ammas­sarsi ai mar­gini delle grandi città? Inoltre ed in modo veloce quando si vede l’esem­pio della Corea e dell’India, le indus­trie mani­fat­tu­riere las­ciano il posto ad imprese high tech ed a sis­te­ma­zioni molto moderne in cui gioca lo stesso pro­cesso di sos­ti­tu­zione capi­tale/lavoro.

2. è gius­ta­mente questa ten­denza gene­rale che spiega, almeno per i paesi ricchi, che l’idea di un red­dito garan­tito faccia poco a poco il suo cam­mino, perché l’ideo­lo­gia del lavoro per­dura non come valore ma come dis­ci­plina. A par­tire da lì, diventa impos­si­bile affer­mare una qua­lun­que iden­tità ope­raia che ripo­sava sull’idea di una par­te­ci­pa­zione essen­ziale di questa classe alla tras­for­ma­zione del mondo. In questo senso lo spro­fon­da­mento di tutto un mondo e dei suoi valori, quelli della comu­nità ope­raia. Ne per­ce­piamo tracce nelle ultime lotte di fab­brica (2009), come alla Continental in cui non si tratta, per i lavo­ra­tori, di occu­pare la fab­brica per farla fun­zio­nare diver­sa­mente (non siamo più nel ciclo di lotte degli anni 1970). Le lotte dell’epoca della fine dell’affer­ma­zione dell’iden­tità ope­raia non pas­sano più da riven­di­ca­zioni che trat­tano la condi­zione dell’ope­raio nella fab­brica. Sono por­tate al livello della ripro­du­zione totale del rap­porto sala­riale. Però, para­dos­sal­mente, quello che esprime la crisi gene­rale di questo rap­porto sala­riale non per­mette un attacco fron­tale dei dipen­denti. Inoltre nelle lotte recenti, i dipen­denti che impie­gano anche forme tal­volta vio­lente, non contes­tano il sis­tema del lavoro sala­riato ma cer­cano di nego­ziare la loro esclu­sione dal pro­cesso di pro­du­zione a par­tire da azioni che rom­pono con le stra­te­gie delle grandi cen­trali sin­da­cali (seques­tri di padroni o quadri, minacce sull’appa­rato di pro­du­zione). Al nichi­lismo del capi­tale che licen­zia quando i pro­fitti aumen­tano, i dipen­denti non ris­pon­dono, per il momento, al mas­simo che con la resis­tenza e una specie di richiesta di inden­nità mone­ta­ria. Queste pra­ti­che non sono certo radi­cali nel senso in cui por­te­reb­bero ad una sov­ver­sione diretta ed imme­diata dei rap­porti di domi­nio. Questo richie­de­rebbe loro di legare la radi­ca­lità della forma (ricorso all’ille­ga­lità, com­presa anche la vio­lenza) e la radi­ca­lità del conte­nuto (la cri­tica del lavoro e del sala­rio); cioè final­mente dare una posi­ti­vità alla rivolta. Però sono radi­cali in quello che espri­mono nega­ti­va­mente: sono il contro fuoco difen­sivo dei dipen­denti di fronte alla loro ines­sen­zia­liz­za­zione nella ris­trut­tu­ra­zione attuale. Al nichi­lismo del capi­ta­lismo neo-moderno, non è più la pros­pet­tiva di un socia­lismo che oppon­gono (quale posi­ti­vità ci pote­vano tro­vare?) ma quella della fine di ogni affer­ma­zione di un’iden­tità ope­raia e del suo pro­gramma.

Siamo nella situa­zione ubiqua di gover­nanti che non smet­tono di volere pro­lun­gare l’età legale di pen­sio­na­mento allorché i capi di imprese non smet­tono di licen­ziare i loro lavo­ra­tori anziani! La contrad­di­zione che rap­pre­senta l’ines­sen­zia­liz­za­zione del lavoro in una società in cui pre­do­mina ancora l’imma­gi­na­rio sociale del lavoro è ovvia­mente negata in modo che non per­ce­pisce la crisi del lavoro sala­riato. Tutto è comun­que ripor­tato al livello dei grandi equi­li­bri che occorre ris­ta­bi­lire o man­te­nere (rigore di bilan­cio, abbas­sa­mento del debito, rap­porti attivi/inat­tivi, ecc.).

Però questa depres­sione col­pisce anche quella che alcuni chia­mano “l’eco­no­mia reale” al pro­fitto non di “un’eco­no­mia di casinò” ma di una tota­liz­za­zione del capi­tale che per­mette stra­te­gie di potenze che consis­tono nel far cir­co­lare dap­per­tutto e par­ti­co­lar­mente nei luoghi di mag­gior pro­fitto. Troviamo qui F. Braudel, per cui il capi­ta­lismo non era un sis­tema ma un pro­cesso di domi­nio dei cir­cuiti e della tem­po­ra­lità del denaro.

3. Il capitale respinge i limiti (il limite, è il capitale da solo)

– La socia­liz­za­zione della pro­prietà (le grandi società per azioni), della pro­du­zione e della conos­cenza (impor­tanza presa dal General Intellect).

– La socia­liz­za­zione del red­dito (una parte note­vole di red­dito indi­retto entra nel red­dito glo­bale dei dipen­denti) e dei prezzi (di più in più arti­fi­ciale o ammi­nis­trati come abbiamo dimos­trato nel nostro “Crise financière et capi­tal fictif, L’Harmattan, 2009”). Questi due primi punti sono il frutto di un pro­cesso conti­nuo comin­ciato nel pas­sag­gio dal domi­nio for­male al domi­nio reale del capi­tale anche se questa perio­diz­za­zione non ci sod­disfa pie­na­mente.

L’annes­sione della contrad­di­zione fra svi­luppo delle forze pro­dut­tive e la ris­tret­tezza dei rap­porti di pro­du­zione non ha condotto ad una “deca­denza” del capi­ta­lismo dalla limi­ta­zione della cres­cita delle forze pro­dut­tive ma al contra­rio ad una fuga in avanti nell’inno­va­zione tec­no­lo­gica. Il capi­ta­lismo non frena le forze pro­dut­tive contra­ria­mente a quello che cre­de­vano i teo­rici marxisti della “deca­denza” osses­sio­nati dalla contrad­di­zione fra cres­cita delle forze pro­dut­tive e limiti dei rap­porti di pro­du­zione, ma le esalta. Se ai suoi inizi, lo faceva in nome del Progresso, oggi è in nome della potenza che si porta nella dina­mica delle inno­va­zioni senza fini. Il capi­tale ha sete di ric­chezze e gli è molto dif­fi­cile pren­dere e man­te­nere il domi­nio ma anche ripro­dut­tivo dello “svi­luppo dura­turo” (vediamo su questo, la ques­tione del gas scisto).

– Il carat­tere fit­ti­zio rende caduca la divi­sione tra­di­zio­nale fra le sue diverse forme (finan­zia­rie, com­mer­ciali, indus­triali) e caduca anche l’idea che ci sarebbe stato un pro­gresso di queste forme verso una forma com­piuta, la forma indus­triale che sarebbe tipica del capi­ta­lismo.. e del comu­nismo. Questo svi­luppo del capi­tale fit­ti­zio non è più qual­cosa di congiun­tu­rale come cre­deva Marx nella sua epoca ed ancora meno una deriva “contro-natura” del capi­tale come l’enun­ciano oggi tutti i sos­te­ni­tori di una mora­liz­za­zione del capi­ta­lismo, che denun­ciano alla rin­fusa l’eco­no­mia di casinò, la finanza spe­cu­la­tiva, l’appe­tito dei tra­ders. È diven­tato una com­po­nente strut­tu­rale del capi­tale in quello che si potrebbe chia­mare la sua marcia verso la tota­lità. Nella cres­cita del capi­tale fit­ti­zio, il capi­tale totale tende ad auto-pre­sup­porsi fuori dalla valo­riz­za­zione dal lavoro2.

– Il capi­ta­lismo tende anche ad eman­ci­parsi dalla cres­cita smi­su­rata del capi­tale fisso (accu­mu­la­zione) che cos­ti­tuisce un ele­mento di deva­lo­riz­za­zione dall’obso­les­cenza acce­le­rate di mac­chine ed un fat­tore che ini­bisce il movi­mento di flui­dità neces­sa­rio ad una sua dina­mica col­let­tiva presa da stra­te­gie di cap­ta­zione della ric­chezza per la potenza attra­verso la cir­co­la­zione del valore.

– Una nuova dimen­sione della valo­riz­za­zione in un pro­cesso di “glo­ba­liz­za­zione” che rea­lizza, oltre la fusione di tutte le fun­zioni del denaro, una messa in rete dello spazio e una ter­ri­to­ria­liz­za­zione in tre livelli. Un livello I o un livello super­iore nella misura in cui controlla ed orienta l’insieme. Comprende gli stati domi­nanti (quelli che par­te­ci­pano ai grandi ver­tici) ed alcune potenze emer­genti come la Cina, le banche cen­trali e le isti­tu­zioni finan­zia­rie, le mul­ti­na­zio­nali e le sfere inter­na­zio­nali in senso largo (infor­ma­tica, comu­ni­ca­zioni, media, cultura). È il livello della potenza in cui il valore non sia più temuto che come rap­pre­sen­ta­zione3. È anche il set­tore di cap­ta­zione della ric­chezza e dell’acca­par­ra­mento dei flussi finan­ziari. Il capi­tale domina il valore che gli per­mette di svi­lup­pare il carat­tere fit­ti­zio e di ripro­dursi su questa base. Una ripro­du­zione che pos­siamo chia­mare “ris­tretta” nella misura in cui, se i suoi fini riman­gono dina­mici, si coniu­gano con una visione sta­tica delle risorse eco­no­mi­che glo­bali del mondo. Il livello II o inter­me­dio è quello in cui pre­do­mina ancora la pro­du­zione mate­riale ed il rap­porto capi­tale/lavoro ma con un’auto­no­miz­za­zione sempre più grande del valore ris­petto a quello che era chia­mato tra­di­zio­nal­mente il lavoro pro­dut­tivo rite­nuto crea­tivo del valore. Questo set­tore pro­duce certo sempre ric­chezze ma è anche un freno alla dina­mica come l’agri­col­tura è stata durante la prima rivo­lu­zione indus­triale. Sia perché il capi­tale fisso è diven­tato un carico troppo pesante ris­petto alle spe­ranze di pro­fitto e d’adat­ta­mento alle flut­tua­zioni quan­ti­ta­tive e qua­li­ta­tive della domanda; sia perché la mol­ti­tu­dine di pic­cole imprese che lo com­pone perde la sua dina­mica pro­pria ridotta al ruolo di subap­palto delle gigan­tes­che reti for­mate dalle società trans­na­zio­nali i cui scopi prin­ci­pali sono tutt’altro. È anche su questo set­tore che pesano le flut­tua­zioni dell’impiego all’interno di una concor­renza resa sel­vag­gia dalla glo­ba­liz­za­zione ma anche da un nuovo modo d’orga­niz­za­zione che fa sempre di più espor­tare i pro­blemi dal centro alla peri­fe­ria secondo uno schema a ragna­tela. L’impresa-madre ed alcune delle sue filiali che evol­vono all’interno del livello I ester­na­liz­zano i loro pro­blemi e li fanno pren­dere in carica dai cir­coli seguenti della tela che evol­vono nel livello II ed all’estremo, nel livello II (eco­no­mia sot­ter­ra­nea, fab­bri­che delo­ca­liz­zate). Ogni cir­colo ha ten­denza ad indu­rire le condi­zioni del cir­colo seguente in modo di garan­tirsi alcuni mar­gini di mano­do­pera in pros­pet­tiva di situa­zioni a venire ancora più sfa­vo­re­voli. Il legame fra i diversi livelli appare bene nella crisi “finan­zia­ria” con da una parte le banche del livello I rimesse a galla dalle potenze domi­nanti e d’altra parte la disoc­cu­pa­zione che col­pisce il livello II con nuove delo­ca­liz­za­zioni o chiu­sure defi­ni­tive. Il livello III o infe­riore è quello dei pro­dut­tori della peri­fe­ria e stati domi­nati che subis­cono i prezzi mon­diali per le espor­ta­zioni. È anche a questo livello che ritro­viamo i paesi della ren­dita che trag­gono pro­fitto dalla rare­fa­zione delle risorse natu­rali e questo ali­menta le pos­si­bi­lità del carat­tere fit­ti­zio nel livello I non solo perché pro­duce le sue ric­chezze a prezzo basso (sotto il loro valore dicono i meta­fi­sici del marxismo) ma anche perché ali­menta i flussi di capi­tali sui mer­cati finan­ziari.

– L’antica dis­tin­zione fra il “buon” pro­fitto capi­ta­lista e la “brutta” ren­dita pre­ca­pi­ta­lista non vale più perché le vec­chie forme di ren­dita, come la ren­dita petro­li­fera sono fonte, da lon­tano già di gigan­tes­chi tras­fe­ri­menti di capi­tali, rile­vati oggi dalle mafie delle diverse repub­bli­che dell’antica URSS. Rasentano nuove forme di ren­dita che si col­lo­cano pie­na­mente nel livello I e par­ti­co­lar­mente all’interno dell’“oli­go­po­lio mon­diale” che controlla il capi­tale cog­ni­tivo e le inno­va­zioni mag­giori.

Questi tre ultimi punti non cos­ti­tuis­cono tanto una seconda fase o un com­pi­mento del domi­nio reale del capi­tale ma una nuova tappa del pro­cesso di tota­liz­za­zione del capi­tale reso pos­si­bile dalla spac­ca­tura che ha rap­pre­sen­tato la “rivo­lu­zione del capi­tale”.

4. Le contraddizioni non sono sparite, però sono portate al livello della riproduzione dell’insieme

L’ipo­tesi di Marx di un sor­passo della legge del valore nel “fram­mento sulle mac­chine” grazie allo svi­luppo del General Intellect si è rea­liz­zato.. fuori da una pros­pet­tiva di eman­ci­pa­zione dei lavo­ra­tori. È final­mente il pro­gramma socia­lista della fase di tran­si­zione verso il comu­nismo che è stato rea­liz­zato dal capi­tale. Il capi­tale domina il valore che diventa eva­nes­cente4 quando è di fatto questo capi­tale che deter­mina quello che è valore o non lo è. Il valore diventa rap­pre­sen­ta­zione e non è più misu­ra­bile da una sos­tanza (tempo di lavoro in calo o mac­chine poten­zial­mente obso­lete) che si deva­lo­rizza cos­tan­te­mente allorché la ric­chezza pro­dotta aumenta. Tocchiamo qui un punto fon­da­men­tale dell’eco­no­mia poli­tica ed anche della sua cri­tica che è la confu­sione fra ric­chezza e valore. In tutta la logica della legge del valore, il valore deve decres­cere quando aumenta la ric­chezza.. però la “crea­zione di valore” attuale dimos­tra che il valore può aumen­tare senza aumento di ric­chezza. È su questa base che si pro­duce la capi­ta­liz­za­zione della società che fa ten­den­zial­mente di ogni atti­vità un oggetto di valo­riz­za­zione.

Però, attenti, queste tras­for­ma­zioni non sono inter­pre­ta­bili in ter­mine di piano pre-conce­pito, orga­niz­zato da una classe capi­ta­lista così potente, né d’altronde in ter­mine di pro­cesso incons­cio senza sog­getto né rifles­si­vità , pura mani­fes­ta­zione di un capi­tale diven­tato auto­nomo. Se abbiamo per­fino l’impres­sione che il domi­nio si eser­citi tra­mite pro­cessi ogget­ti­vati non rico­nos­ciuti come tali (è evi­dente nel rap­porto al lavoro), i pro­cessi di domi­nio conti­nuano a pren­dere forme dirette come vediamo nel ripo­si­zio­na­mento di quello che rimane dello stato-nazione, sulle sue fun­zioni sovrane. È per ciò che dà l’impres­sione di irri­gi­dirsi, di essere solo una specie di minis­tero dell’interno inca­ri­cato di assi­cu­rare la sicu­rezza a un punto tale che molti ne dimen­ti­cano la sua gover­nance com­ples­siva.

La dif­fi­coltà a vederci chiaro viene dal fatto che la “rivo­lu­zione del capi­tale” dà l’illu­sione di un capi­tale che si disin­te­ressa alla ripro­du­zione dell’insieme, nel senso che sembra concen­trarsi su obiet­tivi di ges­tione a breve ter­mine più che su una stra­te­gia di ripro­du­zione a lungo ter­mine. La società capi­ta­liz­zata non ha grandi pro­getti, non fa “sis­tema”. Tuttavia, tutta la rifles­sione sullo “svi­luppo dura­turo” (o meglio “svi­luppo sos­te­ni­bile”) dimos­tra che ciò non è vero.

5. Perciò, parliamo di un dominio non sistemico e preferiamo parlare di capitale e di società capitalizzata che di sistema capitalista.

Il ruolo dello stato-rete nella rivo­lu­zione del capi­tale è quello di una infras­trut­tura del capi­tale e non più di una super­strut­tura a bene­fi­cio della classe domi­nante. Lo stato non è più lo stato dalla classe domi­nante inca­ri­cata di occultare ed argi­nare “la ques­tione sociale” nella sua forma bor­ghese di stato-gen­darme. Non può nem­meno, come nella sua forma pro­pria capi­ta­lista di stato-assis­ten­ziale, fun­zio­nare come media­zione di media­zioni rea­liz­zando un com­pro­messo fra le classi o come super­me­dia­zione nell’ideo­lo­gia dello stato-nazione e dei valori repub­bli­cani.

Sintetizzando e rap­pre­sen­tando la dipen­denza reci­proca fra le due classi del rap­porto sociale capi­ta­lista, ha rea­liz­zato la pre­di­zione di Marx sul deca­di­mento poli­tico dello stato ed il pas­sag­gio ad una sem­plice “ammi­nis­tra­zione delle cose”, però fuori da ogni carat­tere eman­ci­pa­tore. All’opposto dello stato-nazione di ori­gine che pren­deva deci­sioni poli­ti­che, lo stato-rete riduce la poli­tica alla ges­tione e si accontenta di effetti d’annun­cio e di control­lare effi­ca­ce­mente i rap­porti sociali per­va­den­doli nei più pic­coli det­ta­gli. Con la fine delle classi in quanto sog­getti anta­go­nisti, lo stato non rap­pre­senta più forze sociali; non ha nem­meno più biso­gno di rap­pre­sen­tare l’inte­resse gene­rale perché lo mate­ria­lizza diret­ta­mente di fronte a quello che non appare più che come inte­resse par­ti­co­lare a chi concede diritti par­ti­co­lari. Difatti, l’impres­sione di un’infla­zione di regole e leggi che control­lano5, pro­teg­gono, ges­tis­cono allorché le grandi isti­tu­zioni legate al modello dello stato-nazione sono rias­sor­bite o si auto­no­miz­zano e l’uni­ver­sa­lità del diritto e della legge è regre­dita. Al contra­rio dei diritti civili che erano rite­nuti fon­dare l’auto­no­mia della società civile ris­petto allo stato demo­cra­tico, i diritti attuali sono diritti-cre­dito che pos­siamo esi­gere da uno stato le cui pre­ro­ga­tive sono totali perché le leggi pos­sono inse­rirsi nei più pic­coli det­ta­gli di quello che cos­ti­tuiva prima “la vita pri­vata”. Il PACS, per esem­pio, ma potremmo pren­dere in consi­de­ra­zione anche tutto ciò che si sta pre­pa­rando con il matri­mo­nio omo­ses­suale e le ado­zioni conse­guenti, illus­tra questa cris­tal­liz­za­zione prov­vi­so­ria di un inter­me­dia­zione ses­suale-finan­zia­ria fra l’antica isti­tu­zione del matri­mo­nio bor­ghese demo­cra­tiz­zato e la pura com­bi­na­to­ria ses­suale dei pic­coli annunci e del cyber­sesso. Le poten­zia­lità della società capi­ta­liz­zata si espri­mono allora come biso­gni sociali degli indi­vi­dui. Siamo di fronte ad una cari­ca­tura dell’antica società civile nella misura in cui si esprime solo il trauma degli inte­ressi contro gli inte­ressi. Non è sola­mente una for­mula gior­na­lis­tica-socio­lo­gica par­lare di ritorno delle cor­po­ra­zioni, anche se pren­dono nuove forme e sor­pas­sano il quadro dei luoghi di lavoro. Chiunque oggi può fare il suo pic­colo corteo, bloc­care il casello dell’auto­strada, attac­care la sua ques­tura o il McDonald’s, fare il suo scio­pero della fame, poi essere rice­vuto dalle auto­rità. Tutto ciò è satu­rato da un dis­corso sul “sociale” por­tato tanto dai media che dallo stato che parla spesso attra­verso i membri di quella che chiama ancora la “società civile”. Chiama esso stesso a “confe­renze cit­ta­dine” o a “concer­ta­zioni cit­ta­dine” perché vuole ren­dere la parola ai cit­ta­dini. La società civile si è schie­rata e va ad eri­gersi come nuova media­trice per risol­vere i “pro­blemi sociali”. Il cit­ta­dino si vuole media­tore in potenza ed i movi­menti cit­ta­dini cer­cano di dare “un nuovo senso al sociale”. È la dimen­sione etica che deve per­met­tere di sor­pas­sare la dis­gre­ga­zione degli inte­ressi par­ti­co­lari e di pra­ti­care la poli­tica dif­fe­ren­te­mente. C’è un inte­ra­zione fra lo stato ed i cit­ta­dini allo scopo di assi­cu­rare una ripro­du­zione ed una ges­tione dei rap­porti sociali resa dif­fi­cile dalla glo­ba­liz­za­zione del capi­tale. La società capi­ta­liz­zata ha dunque biso­gno di pro­durre la pro­pria contes­ta­zione per tro­vare i punti d’appog­gio etici che le man­cano.

6. La crisi delle mediazioni tradizionali e l’istituzione riassorbita6

Prima di tutto una crisi del lavoro che diventa “ecce­dente” anche se non c’è fine del lavoro ma allar­ga­mento dell’impiego della disoc­cu­pa­zione e della pre­ca­rietà. La cos­tri­zione al lavoro per­dura nella sua capa­cità di essere all’ori­gine di diritti e benin­teso del red­dito prin­ci­pale. Però il lavoro ha perso il suo valore intrin­seco al pro­fitto di un valore estrin­seco (fonte della soprav­vi­venza e del legame sociale). Il lavoro non è più quello che fa il lavo­ra­tore (lavoro concreto), ma lavoro astratto, base di un rap­porto sociale di domi­nio più che di sfrut­ta­mento (la ques­tione dl “lavoro pro­dut­tivo” è sor­pas­sata).

Poi, una crisi dello stato-assis­ten­ziale e la sua “demo­cra­zia sociale”. Quello che è dif­fi­cile da capire, è che lo stato si rien­tra sulle sue fun­zioni sovrane senza tor­nare alla sua forma ante­riore di stato-gen­darme. Comunque non è “la poli­zia che è dap­per­tutto e la gius­ti­zia da nes­suna parte” come dicono quelli dell’estrema sinis­tra moderna, ma lo stato è dap­per­tutto con diverse forme. Effettivamente estende le sue fun­zioni di socia­liz­za­zione, una volta basate sul modello di inter­vento cen­tra­liz­zato tra­mite reti di pro­te­zione e di controllo in col­le­ga­mento con mol­te­plici asso­cia­zioni col­la­bo­ra­trici e “forze sul ter­reno” (agenti di sicu­rezza, imprese di tra­sporti muni­ci­pali, media­tori di quar­tieri, ani­ma­tori spor­tivi, ecc.).

Difatti venendo al punto pre­ce­dente, le grandi isti­tu­zioni entrano in crisi nella misura in cui cos­ti­tui­vano le basi dell’antica forma dello stato. Queste isti­tu­zioni sono dunque ani­mate da un doppio movi­mento. Da una parte, ten­dono ad auto­no­miz­zarsi dal potere cen­trale per conti­nuare ad esis­tere quando l’auto­rità dello stato appare debole. Il migliore esem­pio ci è for­nito dall’Italia durante la fase detta degli “anni di piombo” poi con l’ope­ra­zione “mani pulite”. D’altra parte, il potere ese­cu­tivo tende a rias­sor­bire questa indi­pen­denza pro­vando ad inte­grare diret­ta­mente l’isti­tu­zione nel seno del potere ese­cu­tivo (es. in Francia ed in Italia, i rap­porti fra potere poli­tico e gius­ti­zia). Il com­pi­mento delle regole inter­na­zio­nali e par­ti­co­lar­mente euro­pee di sus­si­dia­rità dei poteri fanno il resto nella misura in cui queste isti­tu­zioni nazio­nali sono già in crisi sul loro ter­ri­to­rio nazio­nale (ad esem­pio in Francia i “valori della repub­blica”) devono conce­dere il passo alle isti­tu­zioni inter­na­zio­nali, ad accordi trans­na­zio­nali (diret­tive di Bologna per un nuovo tipo di scuola ed inse­gna­mento o accordi di Schengen per la poli­zia).

Una rivoluzione antropologica

La rivo­lu­zione del capi­tale non è solo ris­trut­tu­ra­zione e glo­ba­liz­za­zione nel rap­porto alla “natura esterna” (quello che le buone anime chia­mano l’eco­no­mia), è pure rivo­lu­zione della “natura interna”. È questa la società capi­ta­liz­zata. Tende a sop­pri­mere tutte le figure antro­po­lo­gi­che che sono state neces­sa­rie alla marcia verso la matu­rità del capi­ta­lismo: l’impren­di­tore dis­posto a pren­dere un ris­chio, il fun­zio­na­rio, ope­rante per un’orga­niz­za­zione razio­nale ed imper­so­nale, il buon ope­raio, la fami­glia e la coppia sta­bi­liz­za­trice, l’istru­zione pro­fes­sio­nale, ecc. Tutte si can­cel­lano di fronte ai pro­cessi d’arti­fi­cia­liz­za­zione della vita (vir­tua­liz­za­zione) che for­mano il corol­la­rio della fit­tiz­za­zione di cui abbiamo par­lato. La società capi­ta­liz­zata ha incor­po­rato il sis­tema tec­nico come il capi­tale ha incor­po­rato la tecno-scienza ren­dendo vano ogni ten­ta­tivo di riap­pro­pria­zione su queste basi.

La società capi­ta­liz­zata, è la ten­denza del capi­tale a diven­tare un ambiente, una cultura, una forma spe­ci­fica di società nella quale si rea­lizza una sim­biosi fra lo stato con sua forma rete, le reti più gene­rali della potenza (grandi imprese, set­tore dell’infor­ma­zione, della comu­ni­ca­zione, della cultura) e le reti della socia­lità. La sog­get­ti­vità degli indi­vi­dui tende oggi ad essere inte­rior­mente deter­mi­nata. I biso­gni sono oggi pro­dotti, quello che il gio­vane Marx, nella sua visione eman­ci­pa­trice non poteva anti­ci­pare con la sua idea di biso­gni poten­zial­mente illi­mi­tati, diven­tata ideo­lo­gia della “società dei consumi attuale”. La società capi­ta­liz­zata è inca­pace di pen­sare i suoi biso­gni fuori da un’atti­vità tecno-scien­ti­fica che sembra per­tanto non avere per scopo che la sua ripro­du­zione acce­le­rata. Su questa base, non fa che ten­tare di risol­vere i pro­blemi che crea, però senza inter­ro­garsi sul senso o la fina­lità del suo svi­luppo. Il nuovo imma­gi­na­rio sociale che esce sembra inconsis­tente quando fa una chia­mata a una mobi­li­ta­zione totale della risorsa umana per fini sempre più vaghi. Quello che sem­brava prima ai lavo­ra­tori come una dis­ci­plina al lavoro e per il lavoro, anche attra­verso lo sfrut­ta­mento, sembra sempre di più oggi ai diversi strati di dipen­denti come un assillo al lavoro, al puro domi­nio.

Oggi, assis­tiamo ad un crollo dell’imma­gi­na­rio che masche­re­remo secondo i casi in crisi cli­ma­tica, finan­zia­ria, ener­ge­tica, eco­lo­gica, sociale. Questo apre il campo a nuovi signi­fi­cati sociali ed a un nuovo fare col­let­tivo. Però non c’è società da rifare. è la ten­sione indi­vi­duo/comu­nità che deve risol­vere l’aporia di una mul­ti­se­co­lare oppo­si­zione fra indi­vi­duo e società ed il vicolo cieco che rap­pre­senta l’oppo­si­zione fra, da un lato, una uni­ver­sa­lità astratta attac­cata ai Lumières ed alla rivo­lu­zione fran­cese e dall’altro lo svi­luppo attuale dei par­ti­co­la­rismi e del rela­ti­vismo cultu­rale pre­sen­tati come valori uni­ver­sali concreti.

 

Notes

1 – Su questo periodo pos­siamo rife­rirci a J. Guigou e J. Wajnsztejn, Mai 68 et le mai ram­pant ita­lien, L’Harmattan, 2008.

2 – La valeur sans le tra­vail. Vol. 2 Antologia della rivista Temps Critiques. L’Harmattan, 1999.

3 – La nuova for­mula media­tica ed impren­di­to­riale di “crea­zione di valore”.

4 – Il nostro L’évanes­cence de la valeur, L’Harmattan, 2004.

5 – Il movi­mento delle par­ti­co­la­rità non fa che spo­sare il movi­mento del capi­tale tras­fe­ren­dolo dalla sfera eco­no­mica ad un suo pro­prio set­tore, quello della ges­tione delle sog­get­ti­vità. Da li sta la fonte di una ten­denza gene­rale alla contrat­tua­liz­za­zione dei rap­porti sociali. Se consi­de­riamo la legge sulle moles­tie ses­suali, ci accor­giamo che non è una misura di pro­te­zione in favore delle donne, ma l’edi­zione di una regola che deve met­tere fine a rap­porti umani “natu­ral­mente” ine­guali, affinché si possa orga­niz­zarli secondo la legge eco­no­mica e giu­ri­dica della pro­prietà pri­vata, appli­cata sui nostri corpi. Per ampi svi­luppi sulla ques­tione, si ripor­terà a J. Wajnsztejn: Capitalisme et nou­vel­les mora­les de l’intérêt et du goût. L’Harmattan 2002 e più recen­te­mente, dello stesso autore: Rapports à la nature, sexe, genre et capi­ta­lisme, Acratie, 2013).

6 – L’arti­colo di J. Guigou: “L’ins­ti­tu­tion résorbée”, Temps Critiques no 12, dis­po­ni­bile sul sito della rivista: http://tempscritiques.free.fr/spip.php?article103.